In “L’ultimo spettacolo” Roberto Vecchioni incontra probabilmente proprio l’aedo Demodoco (oppure, stando a una comune interpretazione, allo stesso Omero che in Demodoco si sarebbe rappresentato), accecato “per rimanere nel sogno”. È il 1977 e Vecchioni ha da poco superato la soglia dei 30 anni, è un prolifico autore di canzoni e si sta facendo strada nella schiera dei cantautori. Il suo matrimonio con Irene, con cui si è sposato nel 1973 e da cui è nata Francesca, è in crisi. È un Vecchioni che fa i conti con il proprio passato e il proprio futuro quello de “L’ultimo spettacolo”, un Vecchioni-Odisseo, con un occhio azzurro proiettato verso l’orizzonte e un occhio blu che guarda invece verso il passato. Anche lui parte, a bordo della “nave del Fenicio”, e vorrebbe cantare di eroi e di uomini dietro grandi scudi, padroni del loro destino, fieri di dire “Io scelgo”; tuttavia trova solo “uomini piccoli” che ammazzano, “goffi, disperati e nudi”. L’ombra nera inesorabile del destino è lì a minacciarli e a deriderli, così ingenuamente confidenti nel loro libero arbitrio. Ecco, che cos’è la “nostalgia” se non una reazione di fronte alla travolgente forza del destino? “Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume” diceva Borges, anche lui così caro a Vecchioni.
I Cantautori Italiani secondo me: note, pensieri ed emozioni in ordine sparso sulla storia della canzone d'autore italiana
sabato 24 maggio 2025
L'ultimo spettacolo - Roberto Vecchioni
In “L’ultimo spettacolo” Roberto Vecchioni incontra probabilmente proprio l’aedo Demodoco (oppure, stando a una comune interpretazione, allo stesso Omero che in Demodoco si sarebbe rappresentato), accecato “per rimanere nel sogno”. È il 1977 e Vecchioni ha da poco superato la soglia dei 30 anni, è un prolifico autore di canzoni e si sta facendo strada nella schiera dei cantautori. Il suo matrimonio con Irene, con cui si è sposato nel 1973 e da cui è nata Francesca, è in crisi. È un Vecchioni che fa i conti con il proprio passato e il proprio futuro quello de “L’ultimo spettacolo”, un Vecchioni-Odisseo, con un occhio azzurro proiettato verso l’orizzonte e un occhio blu che guarda invece verso il passato. Anche lui parte, a bordo della “nave del Fenicio”, e vorrebbe cantare di eroi e di uomini dietro grandi scudi, padroni del loro destino, fieri di dire “Io scelgo”; tuttavia trova solo “uomini piccoli” che ammazzano, “goffi, disperati e nudi”. L’ombra nera inesorabile del destino è lì a minacciarli e a deriderli, così ingenuamente confidenti nel loro libero arbitrio. Ecco, che cos’è la “nostalgia” se non una reazione di fronte alla travolgente forza del destino? “Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume” diceva Borges, anche lui così caro a Vecchioni.
venerdì 25 ottobre 2024
Tu parlavi una lingua meravigliosa - Lucio Dalla e Roberto Roversi
C'è un certo dinamismo, straniante, enigmatico, melanconico, in questo autunno metafisico descritto da Roberto Roversi nelle prime strofe di "Tu parlavi una lingua meravigliosa", in quella stazione di periferia, probabile confine tra il paesaggio rurale ("In un campo una donna si china su due agnelli appena nati") e il degrado urbano ("E mille macchine in fila, laggiù, in un deposito nascosto").
L'incontro avviene nella monotona ciclicità del quotidiano, in attesa del solito treno sotto la pensilina della stazione. La rivedo proprio lì, la riconosco anche se è voltata di spalle, riconosco il suo tono di voce un po' roco, la sua "lingua meravigliosa". Perché si sa, c'è sempre una grande potenza rivelatrice nell'orecchio. L'occhio della memoria no, esso la vede ancora com'era allora, malgrado non sia più una ragazza, e si sia tinta i capelli di biondo, un po' per non cedere alla vita, che come una goccia scava il viso, lentamente e inesorabilmente.
Lei continua a non vedermi, vorrei parlarle, e magari condividere anche solo per un attimo quella leggerezza che c'era un tempo, ho l'inferno nel cuore, e non posso più bruciare in volo come quando ero un ragazzo. La vita ora ci costringe a bruciare a terra, e siamo un po' come quelle volpi con la coda incendiata, che scappano e gridano come pazze per il dolore fra gli alberi, e alla fine propaghiamo le fiamme tutto intorno a noi.
Ti guardo da quel treno dove ogni giorno salgo, parto e ritorno da solo. O meglio, non sono io che salgo, bensì la mia ombra. Ti vedo dileguare, come in un sogno, ancora giovane.
La canzone "Tu parlavi una lingua meravigliosa" fu scritta nella parte musicale da Lucio Dalla su un testo del poeta Roberto Roversi, ed è inclusa nell'album "Anidride solforosa" (1975). Si tratta forse di una delle più belle canzoni nell'intera discografia di Lucio Dalla, e a mio parere della più bella in assoluto fra quelle nate dalla collaborazione del cantautore con il grande poeta bolognese.
Lucio Dalla, pur conservando fedelmente la complessa metrica costruita su versi lunghissimi (si superano anche le 20 sillabe), crea una melodia semplice, efficace, emozionante. Senza alcuna introduzione strumentale per le prime 3 strofe si ripete lo stesso schema melodico e armonico, con un accompagnamento di arpeggi di chitarra, a introdurre il paesaggio e le circostanze del casuale incontro. Nella quarta strofa cresce il pathos, scaturito dall'entrata in gioco delle emozioni e delle sensazioni, si passa dalla terza persona alla seconda persona, e con la melodia cambia anche l'armonia, per poi tornare allo schema armonico iniziale ma con una melodia variata e in costante crescendo di intensità, che durerà fino alla chiusura del brano (escamotage assai comune negli anni '70).
L'arrangiamento orchestrale di Ruggero Cini propone nella seconda parte della canzone l'introduzione di una sezione di violini che eseguono una parte basata su cromatismi, soluzione drammaticamente efficace, che ricorda un po' l'analoga scelta fatta in "Jef" di Jacquest Brel dall'arrangiatore e orchestratore Gérard Jouannest (canzone più volte citata dai cantautori italiani, in primis da Giorgio Gaber in "L'amico").
venerdì 12 maggio 2023
L'acqua chiara e il mare nero - La canzone del sole - Lucio Battisti
giovedì 3 giugno 2021
Malamore - Alla riscoperta di Enzo Carella
Enzo Carella è uno di quei nomi che si sentono molto di rado, ma pur nel suo essere stato quasi una "meteora" (termine usato in modo assolutamente improprio) della discografia italiana, resta tra i cantautori più influenti della sua generazione, il cui lascito si è propagato in una lunghissima scia nel corso dei decenni. Per fare qualche esempio recente, artisti come Riccardo Sinigallia o Colapesce non solo lo hanno coverizzato (consiglio di ascoltare le loro rispettive versioni proprio di "Malamore"), ma ne hanno acquisito non pochi elementi, sia nello stile compositivo che nella caratterizzazione interpretativa.
Scriveva molto bene Carella, aveva grandi capacità compositive, i suoi pezzi hanno un groove pazzesco (nei brani più funky come anche nelle ballad), e giocava con la melodia in modo sublime.
Lucio Battisti, poco incline a giudicare i suoi colleghi, disse di Carella che era il solo cantautore italiano che suscitava il suo interesse; e sembrerebbe proprio che i due si siano vicendevolmente influenzati: Carella prese per esempio da Battisti il gusto per la ritmica e per l'uso audace degli intervalli nelle linee melodiche; Battisti fu forse influenzato musicalmente da Carella in alcuni suoi album post-"Anima Latina": "Io, tu, noi tutti", "Una donna per amico", e probabilmente anche negli arrangiamenti di quella gustosissima (e catastrofica) raccolta in lingua inglese che fu "Images".
C'è però un dettaglio ancora più intrigante: i testi delle canzoni di Enzo Carella sono di tale "Lino" Panella, al suo assoluto esordio come paroliere: sì, lo stesso Pasquale Panella con cui proprio a fine anni 70 Battisti iniziò a collaborare per dare vita alla svolta dei cosiddetti album bianchi, di cui si è più volte parlato in questo blog a dimostrazione della mia totale devozione per quei dischi tanto bistrattati invece dalla battistologia mainstream. L'idea che Lucio Battisti sia stato spinto a contattare Pasquale Panella proprio ascoltando le canzoni di Enzo Carella è ovviamente solo una fantasiosa supposizione, ma è funzionale per farsi un'idea della vicinanza, volontaria o involontaria, tra questi due irregolarissimi e unici geni della canzone italiana.
"Malamore" è un brano estratto da "Vocazione", il primo album di Enzo Carella uscito nel 1977. Il brano rappresenta perfettamente le qualità del suo autore nel proporre brani squisitamente pop in una raffinatissima confezione musicale. Lui, il primo cantante "indie" della storia della canzone italiana.
sabato 13 febbraio 2021
Alla fiera dell'Est e Chad Gadya - Il talento filologico di Angelo Branduardi
Chad Gadya, tradotto letteralmente come "L'unico capretto", ha una struttura ciclica, nella quale si iterano i destini di vari personaggi, uno per ogni strofa, ciascuno collegato alla strofa precedente.
Il tema principale racconta di un padre che acquista un capretto per due zuzim (due denari d'oro, molto significativi a livello simbolico), e nelle varie strofe si susseguono il gatto che si mangia il capretto, il cane che morde il gatto, il bastone che picchia il cane, e così via. Tale ciclicità è stata oggetto di innumerevoli interpretazioni, su cui si sono espressi anche molti rabbini e studiosi biblici.
lunedì 3 agosto 2020
Quale Allegria - Lucio Dalla
giovedì 23 luglio 2020
Aria - L'esordio Progressive di Alan Sorrenti
Il brano che dà il titolo all’album, fra i primi esempi di “disco-music” italiana, prodotto da un Re Mida della musica come Phil Ramone, segna l’apice della popolarità di Alan Sorrenti, il quale non nasconde che fu scritto sotto pesante effetto di eroina: “quelli furono i tempi migliori” dichiarerà qualche anno dopo.
Eppure ciò che realmente stupisce nella discografia di Alan Sorrenti non sta in quell’album, e neanche nel successivo “LA & NY” (che contiene l’altro tormentone “Tu sei l’unica donna per me”), bensì nel suo LP d'esordio.
“Aria”, datato 1972, rientra pienamente nel genere progressive rock che all’epoca spopolava in tutta Europa, discostandosi però dai canoni (se così si può dire) del progressive italiano degli Area, del Banco, della PFM o delle Orme, e privilegiando elementi come la sperimentazione sonora, la psichedelia, l’uso quanto mai espressivo della timbrica vocale, l’estrema dilatazione ritmica.
La voce, meravigliosa, di Alan Sorrenti costituisce l’elemento portante dell’intero album, che non a caso viene spesso accostato ai lavori più sperimentali di Tim Buckley, di Shawn Phillips, o dei Van Der Graaf Generator di Peter Hammill (curiosità: nel 1973 Sorrenti collaborerà con David Jackson, sassofonista dei Van Der Graaf Generator).
L’album ricevette all’epoca critiche entusiastiche, persino dalla penna “avvelenata” (tanto per citare il brano di Guccini) del noto critico musicale Riccardo Bertoncelli. Alan Sorrenti si guadagnò persino un posto da supporter in un tour dei Pink Floyd.
E’ alquanto singolare: molti cantanti degli anni 70/80, fra cui Alan Sorrenti, ma anche Michele Zarrillo o Ivan Cattaneo, che oggi conosciamo perlopiù per i loro successi commerciali, hanno avuto un inizio di carriera esaltante, navigando tra canzone d’autore e progressive rock, e producendo musica di altissima qualità.
venerdì 13 settembre 2019
Che fatica essere uomini - L'Arca di Noè di Sergio Endrigo
In occasione di una serata a tema su Sergio Endrigo, invece di andare sul sicuro effetto con una "Io che amo solo te" o "Canzone per te", abbiamo fatto un'incursione verso quel repertorio di filastrocche che ha caratterizzato parte della carriera del cantautore spesso definito "triste".
Abbiamo così scelto "L'arca di Noè", canzone portata al successo da Iva Zanicchi nel 1970, vincitrice del premio della critica al Festival di Sanremo.
"Che fatica essere uomini": merita sicuramente attenzione un pezzo con un ritornello apparentemente leggero e spensierato, tipico appunto del genere "filastrocca", le cui strofe però terminano con un'affermazione sostanzialmente disperata.
In effetti, dietro la maschera della filastrocca si nasconde un testo ricercatissimo, che nel suo significato proietta Endrigo in avanti, di 40 anni. Si parla di ambiente, di apprensione per la salute della nostra terra, di solitudine e rottura di quel legame innato tra l'uomo e la natura, o in senso più ampio tra l'uomo e il cosmo.
Mi è tornata alla mente quell'"ecologia umana" protagonista dell'Enciclica "Laudati si'" di Papa Francesco, in cui viene appunto citato il simbolo dell'Arca per indicare la rinascita e la rigenerazione di una nuova umanità, in grado di recuperare quell'armonia perduta.
"Il cane, il gatto, io e te": è l'essenziale calore familiare che popola l'Arca nell'efficace poetica delle piccole cose di Endrigo.
Pubblico la versione dal vivo di "L'Arca di Noè" interpretata dalla giovane cantautrice umbra Valeria Crescenzi, di cui ho già parlato in occasione del suo singolo "Il giorno di festa", e che a mio parere ha varie affinità con la poetica di Sergio Endrigo.
martedì 7 agosto 2018
"La Cantina" di Antonello Venditti e il progetto Theorius Campus
lunedì 12 marzo 2018
Nel sole, nel sale, nel sud - Claudio Baglioni
Il fatto è che "Solo" divide nettamente in due la carriera di Claudio Baglioni, e getta solide basi per l'intera discografia successiva, a dire il vero molto successiva. Perché il discorso non vale tanto per il disco successivo, "E tu come stai", che sembra fare un passo indietro rispetto a "Solo", e nemmeno per "Strada facendo", primo tentativo - riuscito solo in parte - di internazionalizzare la musica di Claudio (è un'affermazione forte, ma si sente troppo la mano pesante degli arrangiamenti di Geoff Westley); e neanche per "La vita è adesso", che rimane un episodio pop a sé che ancora oggi fatico a classificare.
La semina di "Solo" trova il suo raccolto più generoso nella nota trilogia "Oltre" - "Io sono qui" - "Viaggiatore sulla coda del tempo", divenendone a posteriori quasi un prologo.
"Solo" è un opera molto ambiziosa: nel suo primo album autoprodotto Claudio Baglioni sembra volersi mettere alla prova, lasciando da parte i facili consensi (ma alla fin fine io credo che lui si sia sempre messo alla prova, anche nei lavori più immediati dei primi anni), e costruendo minuziosamente un intero universo musicale e poetico. Ogni brano costituisce un mondo a sé, vagando fra generi musicali e atmosfere assai eterogenee, ma raccontando nell'insieme un'unica storia, costruita sul tema della solitudine umana.
Ci sarebbe tanto da dire, per ogni singola traccia: vorrei parlare della breve ma devastante introduzione di pianoforte della title track; del moog di Toto Torquati in "Quante volte"; della chitarra finger-picking di Giovanni Unterberger in "Strip tease"; della sublime rappresentazione della classe operaia in "Duecento lire di castagne", che fa invidia alla maggior parte dell'"eletta schiera" dei cantautori impegnati di quegli anni; o delle immagini evocate da quell'ultimo canestro del "Pivot".
Scelgo quella che a mio parere è in assoluto una delle più belle canzoni di Claudio Baglioni: "Nel sole, nel sale, nel sud". Si tratta del primo episodio, nella discografia baglioniana, dove palesemente l'attenzione dell'autore è rivolta verso la "world music", più precisamente verso la musica popolare brasiliana, sia nell'incipit, dove è impossibile non pensare al falsetto di Milton Nascimento, che nel coinvolgente ritmo di samba che chiude il brano.
Il testo ci porta esso stesso a Rio, per raccontarci la solitudine di un giovane tassista carioca. Il racconto è affidato a fortissime immagini, che descrivono la fisionomia del personaggio (il "naso a nodo di cravatta", i "polsi di bambù"), i suoi stati d'animo ("traffico, disperazione, attesa, rabbia, nostalgia, rassegnazione da portare a spasso gratis tutti i santi giorni per le vie di Rio"), i suoi luoghi, il suo vissuto e il sogno di una possibile redenzione.
E' una mia idea tutta da verificare, ma resto convinto che Claudio Baglioni sia stato molto influenzato dalla canzone brasiliana, più in particolare dalla musica e dalla poesia di Chico Buarque de Hollanda, ho già affrontato la questione parlando di "Poster", e ci sarebbero molti altri elementi a conferma di questa devozione mai dichiarata: per citarne uno a caso, la sequenza armonica in "Ragazze dell'Est" (1981) non ci ricorda forse "Retrato em branco e preto"?
venerdì 3 novembre 2017
La storia di "Mario" di Enzo Jannacci (e di Pino Donaggio) - Dall'album "Foto ricordo" (1979)
giovedì 12 ottobre 2017
"Letto 26" di Stefano Rosso, non solo "Che bello due amici una chitarra e uno spinello"
L’intera carriera di Stefano Rossi, noto al pubblico come Stefano Rosso, o meglio, noto al pubblico come “quello dello spinello” (anche alla sua morte nel 2008 i giornali titolarono “Morto il cantante dello spinello”), gira intorno al suo pezzo più famoso, “Una storia disonesta” appunto, non tanto per il valore della canzone, quanto per aver nominato senza metafore o giri di parole lo “spinello”, unico caso almeno fino agli anni 90.
Con la complicità poi di successive rivisitazioni della canzone, fra cui la molto bella versione degli Arpioni con Tonino Carotone, “Una storia disonesta” è arrivata fino a oggi, tanto che anche i cosiddetti millennials ne conoscono il testo a memoria.
Tuttavia l’“onesta” storia cantautorale di Stefano Rosso è anche altro, e passa d’obbligo per alcune canzoni che meritano di essere ascoltate e rivalutate, anche a distanza di anni.
Ci sono ad esempio la dolcissima “Preghiera” che interpretò anche la grande Mia Martini; la brassensiana “Valentina”, che Claudio Baglioni nel 1974 provò a spacciare per sua; la sanremese “L’Italiano”, nettamente più scorretta e impopolare rispetto alla famosa e successiva omonima di Toto Cutugno; e “Letto 26” per l’appunto, a mio parere la più bella canzone di Stefano Rosso.
“Letto 26” è il racconto dell’infanzia trasteverina dell’autore, narrato da un letto d’ospedale (la canzone è stata scritta durante una degenza per una tonsillectomia). Oltre a un testo molto affascinante, costruito sulla scia del ricordo e delle consapevolezze dell’età adulta, la canzone mette in evidenza anche le notevoli doti chitarristiche di Stefano Rosso, nel suo particolare uso del fingerpicking, una tecnica in cui l’arpeggio della chitarra viene usato a fini espressivi per rappresentare varie linee musicali: ritmica, melodia e bassi.
- Del Claudio Baglioni degli anni '70 si è già parlato a proposito della canzone Poster. In quegli anni la carriera di Stefano Rosso incontra spesso quella di Claudio Baglioni e del produttore, compositore e arrangiatore Antonio Coggio (fino al 1977).
martedì 5 settembre 2017
Caterina - Francesco De Gregori
Articoli correlati:
- In un precedente articolo si parlava della canzone "Modena" di Antonello Venditti, che con De Gregori ha condiviso un bel pezzo di cammino. "Modena" racconta la crisi ideologica di fine anni '70, partendo proprio dallo scenario di uno di quei Festival dell'Unità che non riuscivano più a essere propulsori di innovazione e cultura.
martedì 25 luglio 2017
Poster - Claudio Baglioni
Eppure il presunto “plagio” di Claudio Baglioni nei confronti del cantautore brasiliano Chico Buarque de Hollanda è persino riportato nella pagina Wikipedia dedicata all’album Sabato Pomeriggio.
venerdì 3 febbraio 2017
Modena - Antonello Venditti
Poche parole, a impressionare in ordine sparso dubbi, incertezze, sentimenti e delusioni, e su tutto il graffiante sax di Gato Barbieri, che "dice" tutto ciò che non viene detto esplicitamente nel testo.
Questa è "Modena", capolavoro di Antonello Venditti del 1979, una specie di inno generazionale al contrario, che nell'evocativa descrizione di un Festival dell'Unità a Modena immortala la crisi delle ideologie politiche degli anni '70 e il senso di spaesamento di una generazione che, come disse Giorgio Gaber qualche anno più tardi, "aveva perso" ("La mia generazione ha perso" - 2001).
lunedì 11 gennaio 2016
Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi... - Lucio Battisti
Qua si parla di musica italiana, ma c'è pur qualcosa che ci porta a parlare direttamente di David Bowie.
Il Duca bianco più volte si confrontò con la musica italiana: ci fu ad esempio una cover di "Space Oddity", il cui testo fu curato da Mogol; oppure una sfortunata cover di "Nel blu dipinto di blu" del 1986. Episodi discografici, tutto sommato trascurabili ma simbolicamente importanti nel considerare l'interesse dell'artista britannico verso il nostro panorama musicale. Passerebbe in secondo piano anche l'incontro - solo virtuale - con Lucio Battisti, se Bowie non avesse espresso in più occasioni la sua stima per il poliedrico cantante di Poggio Bustone. Per qualche tempo, verso l'inizio degli anni '90, in piena epoca Battisti-Panella, si vociferò addirittura di una possibile collaborazione. Del resto, i due dalla loro avevano più di qualche punto in comune. Quella collaborazione purtroppo non ci fu mai, restando nei sogni degli amanti della buona musica. Eppure nel 1973 qualcosa accadde, per opera di Mick Ronson, che incise una cover di "Io vorrei... non vorrei... ma se vuoi...", con il testo originale in Inglese di David Bowie, dal titolo "Music Is Lethal".
La canzone è fra le più raffinate dell'epoca Battisti-Mogol: pubblicata nel 1972 nell'album "Il mio canto libero", rappresenta in pieno il perfetto connubio tra il testo di Battisti e la musica di Mogol. Qualcuno parla di Madrigalismo, perché la musica si esprime alla stregua del testo, come ad esempio nella melodia del ritornello, che segue l'andamento ondulato del mare (in un susseguirsi ascendente e discendente delle note) con il testo che recita "Come può uno scoglio arginare il mare [...]" o "le discese ardite e le risalite [...]".
La versione inglese di Bowie non è una traduzione, ma un nuovo testo scritto sulla musica di Battisti. Di suo, Mick Ronson la canta così "alla Bowie" che in molti, me compreso, crediamo che in effetti la voce sia quella del Duca Bianco.