"Theorius Campus" è uno di quegli album che finisce quasi di norma in tutte le mie "top 10", spontanee espressioni della mia mania di catalogazione seriale.
Il fatto è che la potenza di quel progetto del 1972, nato in modo quasi del tutto casuale secondo il racconto dei due protagonisti Francesco De Gregori e Antonello Venditti, ha provocato un'onda d'urto che non si è ancora pienamente esaurita.
In "Theorius Campus" i due autori si distaccano dalle pesanti influenze ideologiche e musicali del periodo, in cui erano comunque cresciuti anche con l'esperienza del Folkstudio (l'invettiva di "Sora Rosa" per esempio è un lascito di quel periodo), per dare vita a qualcosa di completamente nuovo, supportati dall'etichetta "Apollo" di Edoardo Vianello e Franco Califano, e abbondo di grassetti perché dovremmo sempre tenere a mente l'importanza di questi due nomi nella storia della musica italiana, a prescindere dai Watussi.
Per avere un'idea della modernità e universalità di questo album è sufficiente ascoltare un brano come "La cantina", scritta, suonata e cantata da Antonello Venditti, per farsi trascinare nell'intimità di questo racconto di passione e desiderio che culmina nel falsetto del ritornello "Sono qui vicino a te, sono qui e non ti lascio".
In una famosa intervista a Furio Colombo Pasolini disse: “Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose”.
Ho incontrato Franco Califano nel 2009, in occasione di un evento musicale organizzato per lui. Tanti giovani musicisti e cantanti reinterpretavano i classici del “maestro”, ciascuno a suo modo. Ci ascoltò con grande attenzione, e al termine giudicò come miglior cover la nostra, mia e dei miei amici Francesco e Valeria, che proponemmo “La nevicata del 56”, pezzo sanremese portato al successo da Mia Martini.
Due parole, una pacca sulla spalla, una battuta di spirito, e una strana luce in quello sguardo stanco di uno che “è sempre andato a letto mezz'ora più tardi degli altri per avere qualcosa in più da raccontare”. Custodisco con grande affetto questo piccolo ricordo del “Califfo”.
Poco tempo dopo, un incidente domestico lo costrinse ad abbandonare l'attività dal vivo e, in una situazione di difficoltà economica, ad appellarsi pubblicamente per il riconoscimento dei sussidi di Stato previsti dalla legge Bacchelli, scatenando non poche polemiche. Quella fu forse l'ultima polemica nata sulle vicende di Franco Califano, l'ultima di una lunga serie, fra eccessi, guai con la legge e scandali da rotocalco, materiale ghiotto per le redazioni, ma solo rumore di fondo per chi ha saputo apprezzare l'opera di un grande poeta dei nostri tempi, che come solo pochi altri ha saputo raccontarsi senza inibizioni e moralismi, ma allo stesso tempo con una sensibilità e delicatezza tali da farlo diventare l'autore prediletto di molte voci femminili, fra cui Mina, Mia Martini, Ornella Vanoni.
Nel 1977 la sua penna incontrò quella di un altro grande “maledetto” dell'epoca, Piero Ciampi. Insieme scrissero la struggente “Io non piango”. Si incontravano a Porto Ercole e facevano nottata a parlare, bere e cantare. Si somigliavano, nella loro vita vagabonda, nelle difficoltà riscontrate in ambito lavorativo, e in quell'intimo senso di solitudine che accomunava le loro vicende esistenziali. “Io piango, quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo perché ce somigliamo in modo assurdo, semo due soli al monno”. I pochi versi di “Io non piango” sono testimonianza del più breve e sincero sodalizio artistico nella storia della canzone italiana.