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lunedì 4 giugno 2018

Il giorno di festa di Valeria Crescenzi

Questo è il terzo post di seguito dedicato al mondo del nuovo cantautorato al femminile, sempre più attivo, sempre più interessante, sempre più innovativo.
Oggi è la volta di Valeria Crescenzi, cantautrice di Terni, classe 1985, un curriculum di tutto rispetto, che passa per Castrocaro, il Premio Bianca d'Aponte e X-Factor.
Anche lei, come già si è detto di Chiara Dello Iacovo e di Erica Mou, ha scelto il percorso indipendente, facendosi affiancare nella produzione dei suoi brani dall'esperienza di un grande musicista come Francesco Valente e da un altro giovane e talentuoso cantautore, Antonello Armieri.

Il nuovo singolo introduce quello che sarà il suo primo album, di prossima uscita.
"Il giorno di festa" ha una tessitura armonica molto semplice e un arrangiamento costruito su suoni perlopiù acustici. Questa semplicità conferisce il giusto peso alla linea vocale, dinamica e coloratissima, e Valeria mostra in ciò tutte le sue qualità a livello interpretativo.
Il ritornello è un travolgente invito, un "Balla con me" gridato con la gioia tipica dei giorni di festa.

La primordiale e viscerale necessità del contatto umano. 

L'intero testo gira intorno alla semplicità dei gesti che uniscono: mani che si incrociano, sguardi che si incontrano, sorrisi che si scambiano, gesti così semplici e naturali per un bambino o per un anziano, e diventati così complessi per tutti gli altri, in una società sempre più votata al distacco e alla distanza.
Il giorno di festa viene così collocato antropologicamente come momento di rottura, di sovvertimento, la danza è ancora un'occasione rituale, per noi che ci ritroviamo a camminare sempre più soli nei tortuosi percorsi della vita.



venerdì 20 aprile 2018

Il ritorno di Chiara Dello Iacovo con "Abitudine"

E' tornata Chiara Dello Iacovo, con un nuovo singolo e una nuova etichetta, la MeatBeat.
Torna a oltre due anni di distanza dal suo album d'esordio, "Appena sveglia", un album che abbiamo amato, e che ci ha fatto scoprire un vero talento della canzone italiana (ne parlai tempo fa in questo blog, a proposito della canzone "Genova (le persiane sono verdi)").
Nel frattempo Chiara ha cantato e suonato tanto live (il pianoforte, la chitarra, e ultimamente l'abbiamo vista sempre più spesso sfraseggiare con un enorme basso Fender), e si è fatta conoscere presso il pubblico esigente dei piccoli club. E' proprio da qui che bisogna partire per comprendere il suond e lo stile di questo nuovo singolo "Abitudine".
Sì, "Appena sveglia" mi era piaciuto tantissimo, ma l'ho apprezzato completamente solo quando ho avuto modo di sentirlo suonato live in trio (pianoforte, chitarra e batteria), nel tour "Uscita d'emergenza". Nella versione in studio si percepiva una presenza "estranea" che rendeva il tutto troppo plastico, un oggetto prezioso (la musica e i testi di Chiara) confezionato in una scatola di scarpe (gli arrangiamenti e il master).
Si è capito poi che proprio per non restare soffocata Chiara ha fatto scelte difficili e apparentemente affatto convenienti, tipo uscire da una major per affidarsi a una produzione completamente indipendente.

Il singolo "Abitudine" è il primo grande risultato di questo processo. Un brano semplice nella struttura ma curatissimo sotto tutti gli aspetti. Niente effetti speciali, nessun ammiccamento alle tendenze mainstream, un testo gigante pieno di parole perfettamente combinate, tanti riferimenti musicali, e una riconoscibilità artistica che fa quasi impressione a pensare che stiamo parlando di una cantautrice di 23 anni.

Per qualche ragione ascoltando la canzone ho ripensato a quella pazzia di "Lost in trasloco" (per quei geniacci di Kahbum con Marco Guazzone), nella cui costruzione filmata in diretta paradossalmente già venivano fuori certe scelte presenti anche in "Abitudine", soprattutto a livello melodico. E per questo motivo, come qualche mese fa per giorni ho canticchiato "Pretendo un degno funerale per gli spettri che ho lasciato in questa casa da abitare...", da qualche ora ho fisso in mente "Lascia che le cose si risolvano da sé, le previsioni logiche non fanno che confondere". E come si fa a darle torto...




lunedì 16 aprile 2018

Roma era vuota - Erica Mou

Roma era vuota. Succede raramente, ma se si ha la fortuna di vivere Roma in uno di quei momenti in cui si libera del quotidiano caos si viene automaticamente proiettati in una sorta di altra dimensione, in cui è assai più facile respirare quel senso di eternità con cui spesso viene appellata.
Erica Mou, cantautrice pugliese, giovane (28 anni) ma già con una solida carriera alle spalle, dedica a Roma una ballata raffinata e sincera, costruita proprio sull'immagine onirica di una Roma vuota, nuda, muta, perfettamente accostata alle malinconiche sensazioni di un epilogo di una storia.
Si affida a un arrangiamento essenziale, costruito intorno alla sua chitarra acustica (Erica suona molto bene, e vale la pena ascoltare anche le versioni live del brano) e su un contrasto melodico tra il grave delle strofe e lo slancio su un registro più alto che caratterizza le parti più liriche, in quel ricorrente "ci troveremo ancora" e nell'unico climax verso la fine, introdotti da un bellissimo ed efficace vocalizzo su tre note: un'intuizione che dimostra, se ce ne fosse bisogno, la padronanza con cui Erica Mou si muove nella forma canzone.
La nevicata a Roma del 26 febbraio 2018 permette a Erica di girare il video della canzone, ed è un vero colpo di fortuna, perché come già ci aveva detto Franco Califano (con la voce di Mia Martini) a Roma quando c'è la neve "c'è posto anche per le favole".
"Roma era vuota" fa parte dell'album "Bandiera sulla luna", uscito il 1 dicembre del 2017.



mercoledì 21 febbraio 2018

Le tasche piene di sassi - Jovanotti

Una canzone la puoi ascoltare per centinaia, migliaia di volte, ma c'è quella volta che ti arriva in modo diverso, e l'ascolto diventa un'esperienza diversa, e si trasforma in pura emozione. 
Succede così, ed è la potenza della "musica leggera", e Lorenzo Cherubini, per tutti Jovanotti, ne è il nostro più autentico rappresentante (insieme a Cesare Cremonini, di cui si è già detto qualche post fa). 
"Le tasche piene di sassi" è un titolo mascochisticamente pieno di "s" per l'oramai nota (e deliziosa) imperfetta dizione di Lorenzo. Per questo motivo è entrata nel repertorio di base di tanti imitatori e cabarettisti.

Eppure è un titolo che cela un significato profondamente malinconico.
L'immagine dei sassi nelle tasche già di per sé suggerisce l'idea di un peso, e c'è un cupo senso di necessità, che impedisce, almeno momentaneamente, di spiccare un qualsiasi volo, quel volo che sempre torna nella poetica di Jovanotti ("La vertigine non è paura di cadere / ma voglia di volare" - Mi fido di te - 2005), e che è libertà, passione, energia, vitalità.
Quel peso è il senso di solitudine e di abbandono, conseguente a una perdita importante (come la morte di un familiare), che riaffiora nel tenero ricordo di quella volta all'uscita di scuola, quando nessuno venne a prenderti.
Tante "S" anche in quel "Sono solo stasera senza di te", un verso così pieno di vita e tenerezza che si fa fatica a trattenere la commozione.

Jovanotti scrisse la canzone di getto pochi giorni dopo la scomparsa di sua madre, nel 2010. 
La canzone venne inserita nell'album "Ora" del 2011, che contiene anche le tracce "Tutto l'amore che ho" e "Il più grande spettacolo dopo il Big Bang".


lunedì 5 febbraio 2018

Il buio col "Pesto" di Calcutta

La nuvola dell'indie è sempre più rarefatta, e finalmente inizia a filtrare una luce vitalissima da quell'ostinato grigiore, tanto caro ai puristi della tradizione della cosiddetta "musica indipendente italiana".
Sinceramente, in generale se amiamo la musica italiana non possiamo che essere contenti che Calcutta e Paradiso stiano lì, sulla cresta dell'onda, e macinino successi, da soli o accompagnati, con Takagi e Ketra, con Fedez o chiunque altro. E' anche grazie a loro che la scena musicale italiana sta finalmente uscendo da perverse logiche di conservazione, alimentate principalmente (ma non solo) dalle major discografiche, che hanno inaridito per 20 anni l'intero mercato discografico legato alla sin troppo etichettata musica "pop".

La maturità di Calcutta è ben segnata dagli ultimi due singoli usciti, "Orgasmo" e "Pesto".
In "Pesto" soprattutto si nota chiara un'evoluzione linguistica, nella musica e nel testo.
Musicalmente prevale un linguaggio ben ancorato alla più tradizionale ballata pop italiana, con quegli accordi di pianoforte e quei tappeti d'archi, gli special, il liberatorio lancio del climax prima del ritornello. 
Eppure la struttura armonica del ritornello è stupefacente, lo stesso Calcutta ha pubblicato la partitura di quell'inciso sugli accordi di B - C#min - Emaj7 - B - C#min7 - A - A7. Colpisce la sorprendente drammaticità di quel Emaj7, per nulla scontato (la logica vorrebbe un F# o un D#min7), in grado di far precipitare il climax culminato nei primi due accordi B - C#min e nel liberatorio "Ueee deficiente".

Il testo evidenzia alcuni tratti oramai "tipici" del Calcutta che già conosciamo, ma con un'inedita propensione per il gioco di parole, per la costruzione dell'effetto sulla base delle evocazioni che comunicano parole apparentemente decontestualizzate. 
"Pesto": nel leggere il titolo abbiamo pensato tutti al famoso piatto tipico genovese; nel testo la parola compare nel verso "Fuori è notte, mangio il buio col pesto". Come si può notare il termine non viene completamente decontestualizzato, ma integrato alla rappresentazione di un concetto come il buio.
Lo stesso avviene con il pianto, che diventa "una botte che perde" e con il ricordo del suono della voce della persona amata, "un filo di ferro dentro l'orecchio".

Un'ultima considerazione spetta di diritto al video, diretto da Francesco Lettieri, su un'ambientazione anni '90 (Fiumicino, 1994) che però ricorda anche scenari pasoliniani.


sabato 20 gennaio 2018

Bianco - "Organo Amante", dal nuovo album "Quattro"

L'ho aspettato per settimane, dopo aver ascoltato quel primo singolo, "Felice", già così diverso da tutta la precedente produzione di Bianco. Attesa ben ripagata, perché "Quattro" già me lo vedo ben piazzato nella mia lista dei migliori album del 2018. Così, sulla carta, quando mancano ancora 11 mesi alla fine dell'anno.
"Less is more", verrebbe da dire: "Quattro" è il quarto album del cantautore torinese Alberto Bianco, e la semplicità del titolo si specchia perfettamente con l'essenzialità generale dell'intero lavoro.
In "Quattro" c'è tanta musica, tanta buona musica suonata da un affiatato gruppo che insieme allo stesso Bianco ha seguito Niccolò Fabi per molto tempo in tour, e registrata in una stanza di 200 metri quadri, che dona all'album una sonorità suggestiva che un ascoltatore attento non può non percepire.
Niente ricerca di effetti e trovate speciali, poco "indie", e quasi per niente (e per fortuna) al passo coi tempi: dominano i colori del pop, che di tanto in tanto nelle varie tracce si mischiano ad altre tonalità sonore, dal punk al rock al funky.

Bianco nel suo quarto album si racconta, e nel suo racconto ci si riconosce, quel "Chi sono io?" ricorre spesso nella traccia di apertura "30 40 50", e traccia dopo traccia si susseguono tante diverse risposte a quella domanda, in tutte le storie che prendono vita all'interno delle canzoni, dove troviamo i ricordi degli anni '90, la Fiat e la città di Torino, così come i vecchi tetti di Ortigia, e le amicizie, gli affetti perduti, i cambiamenti repentini a cui ci sottopone la vita. Così Bianco a 34 anni e già con una discreta carriera alle spalle sembra voler mettere le mani a una specie di bilancio generazionale.

L'album si chiude con la stupenda "Organo Amante", traccia in cui i tempi si dilatano fino a raggiungere la durata di 10 minuti, registrati in presa diretta e immortalati nell'emozionante videoclip della canzone.

"E si riparte dal via
ora che sono grande
rimango per ore in silenzio
annaffiando un giardino di note"



martedì 2 gennaio 2018

"Sempre senza parole", di Luca Carocci

Probabilmente le esperienze di vita maturate in 15 anni in giro per il mondo hanno dato tanto al cantautore romano Luca Carocci, almeno a giudicare dai suoi due album, e in particolare dal più recente "Missili e somari" del 2016.
Si tratta di una produzione in qualche modo "corale", frutto di tante collaborazioni, a cominciare da Pietro Sermonti, in un'inedita veste di produttore discografico; poi ci sono Bianco, Margherita Vicario, Filippo Gatti, Roberto Angelini, Francesco Forni, insomma, una selezione di tanti bei nomi che raccontano il meglio della nostra discografia degli ultimi anni.
Su tutto domina la lucente personalità artistica di Luca Carocci, eccellente autore e interprete, sia nella parte musicale che nei testi.
Durante il 2017 penso di aver ascoltato l'intero album centinaia di volte, scoprendo di tanto in tanto nuove sfaccettature e nuovi spunti. Mi piace la ricchezza sonora, guidata dalla chitarra sempre protagonista, mi piace l'uso dei controcanti (spesso affidati alla dolcissima vocalità di Margherita Vicario), lo stile chitarristico un po' alla Ben Harper (uno dei punti di riferimento di Luca Carocci). 
Ho scelto di pubblicare "Sempre senza parole", ballata malinconica sul bisogno di stare insieme, di tenersi vicini, di condividere, una vera perla, da pelle d'oca a ogni ascolto, a mio parere una delle più belle canzoni degli ultimi anni.
Anche Luca Carocci rientra in quella cerchia di nomi che meriterebbero molta più visibilità, perché quando lo fai ascoltare in giro rimangono tutti stupiti che tanta bellezza rimanga nascosta.



lunedì 4 dicembre 2017

Maddalena di Alessandro Mannarino

"Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini". La citazione è tratta da un'intervista al regista surrealista spagnolo Luis Bunuel, orgoglisamente ateo quindi, ma allo stesso tempo uno dei più acuti indagatori contemporanei della spiritualità cristiana, tanto che la sua filmografia è stata per decenni nel catalogo delle edizioni San Paolo.
Può sembrare strano, quasi audace, ma scorrendo l'intera discografia di Alessandro Mannarino ho trovato quello stesso costante richiamo al religioso.
Ne è un clamoroso esempio la canzone "Maddalena", dall'album "Supersantos".
Mannarino prende dal Nuovo Testamento due fra i personaggi più emblematici, Giuda e Maddalena, simbolici rappresentanti degli istinti umani, e costruisce su di loro una storia d'amore, scorrendo con leggerezza sui toni del grottesco ma in realtà compiendo una profonda speculazione filosofica e antropologica (sarà una fissazione ma una costruzione del genere mi ricorda veramente tanto il Bunuel de "La Via Lattea").
Mannarino, con la sua laurea in Antropologia, lo sa bene: per conoscere l'umanità bisogna saper indagare nel mito, nelle rappresentazioni arcaiche, nella spiritualità e nel rito; e questo è un filo logico che si può seguire in tutta la sua evoluzione artistica, dal "Bar della rabbia", l'album d'esordio più immediato e diretto, al più recente "Apriti cielo", dove timidamente compare anche la ricerca etnomusicologica.


mercoledì 8 novembre 2017

Poetica, inno alla vita e all'amore di Cesare Cremonini

Ho accolto con grande stupore il nuovo singolo "Poetica" di Cesare Cremonini. I cliché del mercato e delle case discografiche ci hanno abituati alle convenzioni, così, se un cantante meravigliosamente pop come Cremonini dopo 3 anni dal suo ultimo album ("Logico", 2014) se ne esce con un singolo costruito su un andamento blues e con le parti strumentali affidate al theremin la sorpresa è assicurata.

Ma Cesare Cremonini, come di consueto, non fa pesare mai nulla, neanche le scelte più difficili e fuori dagli schemi. Si era già detto qualche post fa a proposito di "Le sei e ventisei". Solo lui e Lorenzo Jovanotti hanno questo grande pregio che li distingue da tutti gli altri.

"Poetica" si presenta così al primo ascolto come un brano di una stupefacente leggerezza, in grado di assolvere pienamente alla straordinaria missione della musica, appunto, leggera. 
Eppure non è una canzone semplice. Non lo è nel testo, costruito sulla centralità di alcuni concetti in chiaroscuro, tra la "stanchezza", l'"abbandono", e una fiducia nella grande forza della vita, perché "anche se penserai che non è poetica questa vita ci ha sorriso e lo sai non è mai finita". E musicalmente, pur non allontanandosi da molti elementi ricorrenti nelle sonorità del Cesare Cremonini degli anni 2010, restano impressi l'uso funzionale di uno strumento "vintage" come il theremin, a cui vengono affidate le parti strumentali della canzone, e quegli accenni di blues presenti nelle strofe e nel solo di chitarra.

Se queste sono le premesse c'è solo da aspettarsi grandi cose per il nuovo album "Possibili scenari" in uscita a fine novembre 2017.

martedì 3 ottobre 2017

La musica non c’è, l’indie fa un balzo avanti con Coez

E’ forse il fenomeno musicale del momento, un indipendente che fa il tutto esaurito al Palalottomatica per due sere consecutive, quando le cosiddette “star” dei talent faticano a riempire una sala conferenze di una libreria di provincia.
Lo ammetto, la mia età, le mie origini musicali e la mia formazione non mi hanno mai permesso di seguire il mondo del rap, dell’R&B e dell’hip-hop, ma tutte le volte che più o meno casualmente ho incrociato questi generi non sono mai rimasto deluso.
E’ un mondo vario e ricchissimo, un mondo che ha saputo amalgamare tradizioni locali e sonorità d’oltreoceano, dialetti e slang metropolitani, insomma, mi chiedo spesso per quale motivo il rap dovrebbe essere meno autorevole del jazz. Già, infatti alcuni grandi del jazz come Miles Davis questo l’avevano capito, prima di tutti gli altri.

Coez a 34 anni ha alle spalle una lunga esperienza artistica, consolidatasi negli anni prima con la formazione dei Brokenspeakers, poi da solista. Non è più un “pischelletto”, ma la maturità gli ha permesso di arrivare al 2017 con le idee ben chiare sul suo futuro musicale.
“Faccio un casino” è il titolo del suo ultimo album e nello stesso tempo una sorta di dichiarazione d’intenti. Lanciato con una campagna sui social, completamente ignorato da radio e tv, quasi stroncato dai big del giornalismo musicale, Coez tira dritto per la sua strada, e il casino lo fa davvero. Raccoglie un pubblico sempre più vasto, con un’intensa attività live alternata a un sapiente utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, e in tutta tranquillità scala tutte le classifiche.
Il suo album è un’onesta rappresentazione del suo mondo, in un mix di sonorità diverse rappresentate dalle tante collaborazioni, fra cui quella con Sine e Niccolò Contessa de I Cani.
Nell'album ci sono tanti spunti: sentimenti, scorci di vita, disincanto e divertimento ("Occhiali scuri" è una vera perla sotto questo punto di vista), ma c’è soprattutto una tremenda voglia di contaminazione con tutto ciò che circola oggi nel mondo della musica indipendente italiana, che finalmente sembra scrollarsi di dosso quella paradossale etichettatura di genere che sopravvive da oltre 20 anni, oramai e per fortuna quasi solo appannaggio dei nostalgici degli anni 90. Che poi anche loro vengono accontentati da Coez con il video della ballad “La musica non c’è”, hit da 2 milioni di visualizzazioni in 5 giorni, schiettamente pop e in qualche modo stilisticamente così legata a tanto hip-hop italiano del secolo scorso (Sottotono, Neffa, etc.).



martedì 12 settembre 2017

Genova (le persiane sono verdi) - Chiara Dello Iacovo

Ci sono canzoni che spuntano fuori per caso, quasi a soccorrerti, quasi avessero una specie di misteriosa attitudine a venirti incontro proprio quando ne hai bisogno. La mia passione per questa forma di arte “povera” chiamata canzone popolare nasce proprio dal debito che ho nei suoi confronti: come si dice del miglior amico, della moglie o della mamma “lei (la musica) c’è sempre stata quando ne ho avuto bisogno”.
“Genova (le persiane sono verdi)” è una di quelle canzoni, e a dire il vero non era neanche un primo ascolto. Avevo già apprezzato oramai oltre un anno fa l’album d’esordio “Appena sveglia” di Chiara Dello Iacovo, avevo fatto il tifo per lei a Sanremo 2016, e ancora di più al Tenco dello stesso anno.

“Si prende di nuovo il binario
fatto di ferro e di sole,
cerco smarrita nei vetri del treno
il riflesso migliore di me”

L’incipit ci colloca subito in uno spazio-tempo ben definito. E’ il tema del viaggio in treno, le immagini che scorrono dal vetro del finestrino, e il riflesso di sé che va a immergersi e confondersi con lo scenario esterno: è l’effetto magico e ipnotico delle immagini in sovrimpressione, forse è proprio per questo che durante un banale viaggio in treno diventiamo così riflessivi e sognatori. E’ stato d’ispirazione per tanti autori, mi viene in mente ad esempio Ninni di Roberto Vecchioni. Così è stato probabilmente anche per Chiara Dello Iacovo, passando in treno nei pressi di Genova. Ma lei non si immerge tra i vicoli della città vecchia o fra le banchine del porto, non c’entra niente quindi con Paolo Conte o con De Andrè. Lei si concentra su quelle lunghe file di case con le persiane verdi, che puoi vedere dalla ferrovia, o anche dall’autostrada, quando quelle case quasi ti sembra di arrivare a toccarle.

Le persiane verdi “sono scudi di legno per donne vissute da sole”, sono “schiaffi di legno duri a spalancare se in strada tra la folla non hai un viso da cercare”; i muri di Genova sono “affaticati”, e anche tutte quelle porte sembrano stentare a star su. Il doppio piano narrativo “in sovrimpressione” anche per l’effetto del finestrino è un susseguirsi di immagini così intense che quasi verrebbe voglia di chiederle la carta di identità a Chiara, perché si stenta a credere che una tale forza poetica possa arrivare da una ragazza di vent’anni. E in effetti lo dice lei stessa nel video live che posto qui sotto, forse questa canzone l’ha scritta il vecchietto di 200 anni che è in lei.

Questa versione live scovata su Youtube restituisce l’immagine di una performer poliedrica, che canta e suona benissimo. Nei suoi live suona la chitarra, il pianoforte e il basso, e si muove sul palco con grande carisma e personalità, perfettamente a suo agio anche senza band, con la sua chitarra acustica o l'inseparabile Nord Stage 2, parla e interagisce con il pubblico, cura scenografie e costumi.

E’ ora di dare il giusto risalto al ridente sottobosco della nuova musica d’autore italiana. Tutto sembra in apparenza fermo da anni, eppure una miriade di giovani bravissimi sono lì, pronti a emozionarci e a farci sognare. Il problema è che per conoscerli ci vuole l’impegno di un cercatore d’oro. Se ricevessero la giusta e legittima attenzione da parte dei media e dei canali più popolari di diffusione della musica forse non saremmo più costretti a rimpiangere in continuazione le grandi glorie del passato.


martedì 14 febbraio 2017

Canzone per Federica - Maldestro

Ha fatto incetta di premi "tecnici" al Festival di Sanremo e conquistato una finale nella categoria Giovani arrivando a un passo dalla vittoria, in un duello tutto partenopeo con Lele di Amici di Maria De Filippi.
Insomma, risultato sanremese niente male per Maldestro, artista trentenne napoletano, uomo di musica e di teatro noto da tempo a un pubblico interessato ai nuovi scenari indipendenti, e già vincitore di alcuni importanti riconoscimenti, fra cui il Premio De André ricevuto nel 2013.
La sua "Canzone per Federica", ballata dolce e malinconica dedicata a un'amica speciale, ha conquistato la critica e il pubblico, almeno a giudicare dalle reazioni sui social e dalle condivisioni sui più popolari canali video, e questo è l'ennesimo ottimo segno per la musica d'autore, che sta tornando alla grande con tanti giovani (e tante coraggiose etichette) che si sanno distinguere pur non tenendosi snobisticamente fuori dal circuito mainstream (e a Sanremo ne abbiamo visti quest'anno, proprio a partire da Ermal Meta che tra i "Big" si è posizionato al terzo posto).
"Canzone per Federica" ha un testo molto forte, caratterizzato dalla drammaticità dell'alternarsi di due parti: un dubitativo "Sarà che" ripetuto nella forma dell'anafora (direbbero gli esperti) nelle strofe, e un conclusivo "Ma tu" con cui inizia ogni ritornello. La musica segue questa stessa evoluzione, ma con una trovata secondo me geniale, nella tensione di quelle sole due note suonate dalla chitarra elettrica ad accompagnare l'intero ritornello, una soluzione efficacemente "descrittiva" che non rovina l'economia del brano, sempre orientato alla preponderanza del testo.


lunedì 9 gennaio 2017

Un lungo addio - Roberto Vecchioni

Nella vasta e bella discografia di Roberto Vecchioni, in viaggio tra San Siro e Samarcanda, sono tante le perle musicali e poetiche dedicate al rapporto genitori-figli. Accade sin dagli anni 70, dove brillano la struggente "Figlia", successo del 1976 a metà strada tra De Andrè e Leonard Cohen, e la retrospettiva e nostalgica "Ninni", in cui l'autore veste i panni di un se stesso bambino.
Con la maturità arrivano poi "Canzone da lontano", "Figlio, figlio, figlio", "Quest'uomo", e la lista continua e si arricchisce di album in album, tanto da dar vita oggi alla bellissima raccolta "Canzoni per i figli" uscita a novembre 2016, disponibile anche in libreria in formato cofanetto libro + CD.

Ma facciamo appena un passo indietro. È il 2011, l'anno della vittoria al Festival di Sanremo con "Chiamalo ancora amore". Nel mese di novembre viene pubblicata la raccolta "I colori del buio", insolita, perché non contiene la hit sanremese, bensì una lunga carrellata di successi personalmente selezionati dall'autore. Sta di fatto che passa quasi inosservato l'inedito "Un lungo addio", scritto a quattro mani con la moglie Daria Colombo.
Nel titolo, curiosamente preso in prestito da un episodio di Dylan Dog (citato anche nel testo), Vecchioni rivolge il suo figurato e ironico addio alla figlia Carolina, che sta per sposarsi. Lo fa tra ironia, semplicità e dolcezza, nel perfetto equilibrio che sempre ha contraddistinto il "Professore", con un netto cambio melodico nell'inciso, in tipico stile vecchioniano, che solo ad ascoltarlo ti immagini la sua espressione e la sua inconfondibile mimica.

Non si può fare a meno di seguire l'intenso racconto di questo padre con un filo di commozione, anche se non hai una figlia a cui dedicarla.



giovedì 15 settembre 2016

Pittore elementare - Marco Iacampo

Tra le nomination del Premio Tenco 2016 mi soffermo sulla cinquina dedicata all’autore della miglior canzone: spiccano nomi prestigiosi quali Fabi, Sangiorgi, Agnelli, Bersani e addirittura Francesco Di Giacomo, voce indimenticabile del Banco del Mutuo Soccorso, scomparso nel 2014, in gara per una canzone scritta per la band Elio e le storie tese.

Passa quasi inosservata ai più la nomination per il giovane cantautore Marco Iacampo, per la canzone “Pittore elementare”, una ballata elegante e coinvolgente inserita come prima traccia del suo ultimo progetto “Flores”. La canzone - così come l’intero album - è una perla di mirabile valore, e merita tutte le più che positive recensioni che la comunità le ha riservato.

In “Pittore elementare” la strumentazione è essenziale, acustica, ma le parti - la chitarra, le percussioni e il sax - si muovono in una danza (che prende forma in modo eccellente nel video della canzone) che evoca l’Africa più che il Sud America, e sa di rituale, in perfetta simbiosi con un testo ermetico e orientato a una poetica dell’”elementare” che - azzardo qualche audace accostamento - in più di un tratto ricorda Montale e Fortini.
Nel progetto sembra fondamentale l’apporto musicale dato dall’ex La Crus Leziero Rescigno.

Mi torna in proposito in mente un articolo letto per caso sul web qualche mese fa, in cui proprio Rescigno stila una sua classifica di 10 album italiani prodotti negli ultimi 50 anni. Della serie “tutto torna”, curiosamente quella classifica sembra una sorta di vademecum di arrangiamento e strumentazione da cui “Flores” sembra aver preso più di qualche spunto. C’è un po’ di tutto di quelle 10 epocali produzioni: le percussioni di “Anime salve” di De Andrè (in particolare torna in mente l’andamento stralunato di “Ho visto Nina volare”), la circolarità di Paolo Conte ai tempi di “Max”, i fruscii e i “rumorismi” di Capossela, i giri armonici minimal del Battisti di metà ‘70.

Nella sua categoria, “Pittore elementare” merita la targa Tenco per l’originalità sia nella parte letteraria che in quella musicale, e per la cura del prodotto nel suo insieme, completato da un efficace ed emozionante video.