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lunedì 1 febbraio 2021

La pioggia di Filippo Clary feat. Niccolò Fabi

Una nuova collaborazione per Niccolò Fabi. Nuova per modo di dire, perché Filippo Clary e Niccolò, come ha raccontato il cantautore romano in un recente post su Facebook, si conoscono da tempo. Peraltro a Riccardo Clary, fratello di Filippo e personaggio notissimo della discografia italiana (Virgin, EMI, etc.), dobbiamo molto, in quanto fu lui nel 1996 a tirare fuori dal cappello della Virgin l'esordio discografico di Niccolò Fabi con l'album "Il Giardiniere", contenente "Dica" e "Capelli".

Ascoltando "La pioggia" si ha l'impressione di fare un salto indietro nel tempo: riemergono alcune sonorità che in qualche modo ricordano "La cura del tempo", ma con finiture che ne attualizzano il contenuto musicale, evitando così un possibile effetto nostalgia. Testo e musica sono di Filippo Clary, già fondatore del gruppo nu jazz dei "Gabin". Per lui si tratta del primo album da solista, e soprattutto del primo brano interamente in lingua italiana.

Ci ha pensato probabilmente Niccolò Fabi a lavorare di lima e scalpello sul testo di "La pioggia" scritto qualche anno fa da Clary, e così la canzone si colloca perfettamente nello spazio e nel percorso di Niccolò, in linea con le sue precedenti produzioni e con l'ultima "Tradizione e tradimento" (2019).

Leggendo il testo viene in mente il singolo "Il tuo ricordo" recentemente pubblicato da Samuele Bersani e incluso nell'album "Cinema Samuele". I temi ricorrono molto spesso di questi tempi: la voglia di cambiare, il timore di abbandonare un percorso già tracciato, il passato e i ricordi con cui fare i conti, e che rischiano sempre di lasciarci fermi a guardarci indietro.

In un momento come quello odierno è difficile vedere la luce diretta del sole di fronte a noi, vale quindi la pena provare a entrare nella pioggia e scorgere qualche sprazzo di sole riflesso nelle singole gocce.



martedì 7 agosto 2018

"La Cantina" di Antonello Venditti e il progetto Theorius Campus

"Theorius Campus" è uno di quegli album che finisce quasi di norma in tutte le mie "top 10", spontanee espressioni della mia mania di catalogazione seriale.
Il fatto è che la potenza di quel progetto del 1972, nato in modo quasi del tutto casuale secondo il racconto dei due protagonisti Francesco De Gregori e Antonello Venditti, ha provocato un'onda d'urto che non si è ancora pienamente esaurita. 

In "Theorius Campus" i due autori si distaccano dalle pesanti influenze ideologiche e musicali del periodo, in cui erano comunque cresciuti anche con l'esperienza del Folkstudio (l'invettiva di "Sora Rosa" per esempio è un lascito di quel periodo), per dare vita a qualcosa di completamente nuovo, supportati dall'etichetta "Apollo" di Edoardo Vianello e Franco Califano, e abbondo di grassetti perché dovremmo sempre tenere a mente l'importanza di questi due nomi nella storia della musica italiana, a prescindere dai Watussi.

Per avere un'idea della modernità e universalità di questo album è sufficiente ascoltare un brano come "La cantina", scritta, suonata e cantata da Antonello Venditti, per farsi trascinare nell'intimità di questo racconto di passione e desiderio che culmina nel falsetto del ritornello "Sono qui vicino a te, sono qui e non ti lascio".


lunedì 16 aprile 2018

Roma era vuota - Erica Mou

Roma era vuota. Succede raramente, ma se si ha la fortuna di vivere Roma in uno di quei momenti in cui si libera del quotidiano caos si viene automaticamente proiettati in una sorta di altra dimensione, in cui è assai più facile respirare quel senso di eternità con cui spesso viene appellata.
Erica Mou, cantautrice pugliese, giovane (28 anni) ma già con una solida carriera alle spalle, dedica a Roma una ballata raffinata e sincera, costruita proprio sull'immagine onirica di una Roma vuota, nuda, muta, perfettamente accostata alle malinconiche sensazioni di un epilogo di una storia.
Si affida a un arrangiamento essenziale, costruito intorno alla sua chitarra acustica (Erica suona molto bene, e vale la pena ascoltare anche le versioni live del brano) e su un contrasto melodico tra il grave delle strofe e lo slancio su un registro più alto che caratterizza le parti più liriche, in quel ricorrente "ci troveremo ancora" e nell'unico climax verso la fine, introdotti da un bellissimo ed efficace vocalizzo su tre note: un'intuizione che dimostra, se ce ne fosse bisogno, la padronanza con cui Erica Mou si muove nella forma canzone.
La nevicata a Roma del 26 febbraio 2018 permette a Erica di girare il video della canzone, ed è un vero colpo di fortuna, perché come già ci aveva detto Franco Califano (con la voce di Mia Martini) a Roma quando c'è la neve "c'è posto anche per le favole".
"Roma era vuota" fa parte dell'album "Bandiera sulla luna", uscito il 1 dicembre del 2017.



lunedì 5 febbraio 2018

Il buio col "Pesto" di Calcutta

La nuvola dell'indie è sempre più rarefatta, e finalmente inizia a filtrare una luce vitalissima da quell'ostinato grigiore, tanto caro ai puristi della tradizione della cosiddetta "musica indipendente italiana".
Sinceramente, in generale se amiamo la musica italiana non possiamo che essere contenti che Calcutta e Paradiso stiano lì, sulla cresta dell'onda, e macinino successi, da soli o accompagnati, con Takagi e Ketra, con Fedez o chiunque altro. E' anche grazie a loro che la scena musicale italiana sta finalmente uscendo da perverse logiche di conservazione, alimentate principalmente (ma non solo) dalle major discografiche, che hanno inaridito per 20 anni l'intero mercato discografico legato alla sin troppo etichettata musica "pop".

La maturità di Calcutta è ben segnata dagli ultimi due singoli usciti, "Orgasmo" e "Pesto".
In "Pesto" soprattutto si nota chiara un'evoluzione linguistica, nella musica e nel testo.
Musicalmente prevale un linguaggio ben ancorato alla più tradizionale ballata pop italiana, con quegli accordi di pianoforte e quei tappeti d'archi, gli special, il liberatorio lancio del climax prima del ritornello. 
Eppure la struttura armonica del ritornello è stupefacente, lo stesso Calcutta ha pubblicato la partitura di quell'inciso sugli accordi di B - C#min - Emaj7 - B - C#min7 - A - A7. Colpisce la sorprendente drammaticità di quel Emaj7, per nulla scontato (la logica vorrebbe un F# o un D#min7), in grado di far precipitare il climax culminato nei primi due accordi B - C#min e nel liberatorio "Ueee deficiente".

Il testo evidenzia alcuni tratti oramai "tipici" del Calcutta che già conosciamo, ma con un'inedita propensione per il gioco di parole, per la costruzione dell'effetto sulla base delle evocazioni che comunicano parole apparentemente decontestualizzate. 
"Pesto": nel leggere il titolo abbiamo pensato tutti al famoso piatto tipico genovese; nel testo la parola compare nel verso "Fuori è notte, mangio il buio col pesto". Come si può notare il termine non viene completamente decontestualizzato, ma integrato alla rappresentazione di un concetto come il buio.
Lo stesso avviene con il pianto, che diventa "una botte che perde" e con il ricordo del suono della voce della persona amata, "un filo di ferro dentro l'orecchio".

Un'ultima considerazione spetta di diritto al video, diretto da Francesco Lettieri, su un'ambientazione anni '90 (Fiumicino, 1994) che però ricorda anche scenari pasoliniani.


lunedì 4 dicembre 2017

Maddalena di Alessandro Mannarino

"Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini". La citazione è tratta da un'intervista al regista surrealista spagnolo Luis Bunuel, orgoglisamente ateo quindi, ma allo stesso tempo uno dei più acuti indagatori contemporanei della spiritualità cristiana, tanto che la sua filmografia è stata per decenni nel catalogo delle edizioni San Paolo.
Può sembrare strano, quasi audace, ma scorrendo l'intera discografia di Alessandro Mannarino ho trovato quello stesso costante richiamo al religioso.
Ne è un clamoroso esempio la canzone "Maddalena", dall'album "Supersantos".
Mannarino prende dal Nuovo Testamento due fra i personaggi più emblematici, Giuda e Maddalena, simbolici rappresentanti degli istinti umani, e costruisce su di loro una storia d'amore, scorrendo con leggerezza sui toni del grottesco ma in realtà compiendo una profonda speculazione filosofica e antropologica (sarà una fissazione ma una costruzione del genere mi ricorda veramente tanto il Bunuel de "La Via Lattea").
Mannarino, con la sua laurea in Antropologia, lo sa bene: per conoscere l'umanità bisogna saper indagare nel mito, nelle rappresentazioni arcaiche, nella spiritualità e nel rito; e questo è un filo logico che si può seguire in tutta la sua evoluzione artistica, dal "Bar della rabbia", l'album d'esordio più immediato e diretto, al più recente "Apriti cielo", dove timidamente compare anche la ricerca etnomusicologica.


giovedì 12 ottobre 2017

"Letto 26" di Stefano Rosso, non solo "Che bello due amici una chitarra e uno spinello"

Visto che con la Clyto Band (mi si perdoni l’autoreferenzialità) abbiamo in repertorio “Una storia disonesta”, spesso qualche attento ascoltatore ci chiede anche “Letto 26”, sempre di Stefano Rosso.
L’intera carriera di Stefano Rossi, noto al pubblico come Stefano Rosso, o meglio, noto al pubblico come “quello dello spinello” (anche alla sua morte nel 2008 i giornali titolarono “Morto il cantante dello spinello”), gira intorno al suo pezzo più famoso, “Una storia disonesta” appunto, non tanto per il valore della canzone, quanto per aver nominato senza metafore o giri di parole lo “spinello”, unico caso almeno fino agli anni 90.
Con la complicità poi di successive rivisitazioni della canzone, fra cui la molto bella versione degli Arpioni con Tonino Carotone, “Una storia disonesta” è arrivata fino a oggi, tanto che anche i cosiddetti millennials ne conoscono il testo a memoria.
Tuttavia l’“onesta” storia cantautorale di Stefano Rosso è anche altro, e passa d’obbligo per alcune canzoni che meritano di essere ascoltate e rivalutate, anche a distanza di anni.
Ci sono ad esempio la dolcissima “Preghiera” che interpretò anche la grande Mia Martini; la brassensiana “Valentina”, che Claudio Baglioni nel 1974 provò a spacciare per sua; la sanremese “L’Italiano”, nettamente più scorretta e impopolare rispetto alla famosa e successiva omonima di Toto Cutugno; e “Letto 26” per l’appunto, a mio parere la più bella canzone di Stefano Rosso.

“Letto 26” è il racconto dell’infanzia trasteverina dell’autore, narrato da un letto d’ospedale (la canzone è stata scritta durante una degenza per una tonsillectomia). Oltre a un testo molto affascinante, costruito sulla scia del ricordo e delle consapevolezze dell’età adulta, la canzone mette in evidenza anche le notevoli doti chitarristiche di Stefano Rosso, nel suo particolare uso del fingerpicking, una tecnica in cui l’arpeggio della chitarra viene usato a fini espressivi per rappresentare varie linee musicali: ritmica, melodia e bassi.


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martedì 5 settembre 2017

Caterina - Francesco De Gregori

Ricorda Giovanna Marini, una delle regine della musica popolare italiana, che fu lei a “raccomandare” Francesco De Gregori a Caterina Bueno, che cercava un bravo chitarrista che la accompagnasse durante i suoi concerti.
C’è stato un tempo in cui i festival dell’Unità erano veramente un’occasione di arricchimento culturale, di confronto, di valorizzazione delle tradizioni. Fu in questi contesti che fra gli anni 60 e 70 l’etnomusicologia in Italia raggiunse livelli altissimi, con l’imprinting dato inizialmente dagli studi dell’antropologo marxista Ernesto De Martino, e facendo man mano riappropriare il Paese delle proprie antiche e preziose tradizioni, tanto da portare il folk nelle sue varie derivazioni sempre più verso la musica cosiddetta “pop” (il successo odierno di manifestazioni come la Notte della Taranta ne è un’esemplare dimostrazione).
In ambito prettamente musicale Caterina Bueno è stata una delle principali rappresentanti dell’etnomusicologia, come componente del Nuovo Canzoniere Italiano prima, e successivamente da solista. 
L’omaggio di De Gregori a Caterina Bueno è una dolcissima ballata uscita nel 1982 e inclusa nell’album “Titanic”, fra i migliori del cantautore romano e a mio parere fra i migliori dischi italiani di sempre. De Gregori, mai dimentico delle proprie origini musicali nel folk (da ricordare anche il più recente album “Il fischio del vapore” datato 2002 in collaborazione con Giovanna Marini), ricorda in versi carichi di poesia, affetto e riconoscenza la figura di Caterina Bueno (ancora vivente nel 1982), con uno sguardo contemporaneamente nostalgico verso la sua esperienza giovanile in tour con lei, quando “una bottiglia ci bastava per un pomeriggio intero”.

(Cercando su YouTube ho trovato questo recente live di "Caterina" a Radio 2 Social Club in cui De Gregori parla di Caterina Bueno) 


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  • In un precedente articolo si parlava della canzone "Modena" di Antonello Venditti, che con De Gregori ha condiviso un bel pezzo di cammino. "Modena" racconta la crisi ideologica di fine anni '70, partendo proprio dallo scenario di uno di quei Festival dell'Unità che non riuscivano più a essere propulsori di innovazione e cultura.

venerdì 13 novembre 2015

Io non piango - Franco Califano

In una famosa intervista a Furio Colombo Pasolini disse: “Con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose”. 
Ho incontrato Franco Califano nel 2009, in occasione di un evento musicale organizzato per lui. Tanti giovani musicisti e cantanti reinterpretavano i classici del “maestro”, ciascuno a suo modo. Ci ascoltò con grande attenzione, e al termine giudicò come miglior cover la nostra, mia e dei miei amici Francesco e Valeria, che proponemmo “La nevicata del 56”, pezzo sanremese portato al successo da Mia Martini.
Due parole, una pacca sulla spalla, una battuta di spirito, e una strana luce in quello sguardo stanco di uno che “è sempre andato a letto mezz'ora più tardi degli altri per avere qualcosa in più da raccontare”. Custodisco con grande affetto questo piccolo ricordo del “Califfo”.
Poco tempo dopo, un incidente domestico lo costrinse ad abbandonare l'attività dal vivo e, in una situazione di difficoltà economica, ad appellarsi pubblicamente per il riconoscimento dei sussidi di Stato previsti dalla legge Bacchelli, scatenando non poche polemiche. Quella fu forse l'ultima polemica nata sulle vicende di Franco Califano, l'ultima di una lunga serie, fra eccessi, guai con la legge e scandali da rotocalco, materiale ghiotto per le redazioni, ma solo rumore di fondo per chi ha saputo apprezzare l'opera di un grande poeta dei nostri tempi, che come solo pochi altri ha saputo raccontarsi senza inibizioni e moralismi, ma allo stesso tempo con una sensibilità e delicatezza tali da farlo diventare l'autore prediletto di molte voci femminili, fra cui Mina, Mia Martini, Ornella Vanoni. 
Nel 1977 la sua penna incontrò quella di un altro grande “maledetto” dell'epoca, Piero Ciampi. Insieme scrissero la struggente “Io non piango”. Si incontravano a Porto Ercole e facevano nottata a parlare, bere e cantare. Si somigliavano, nella loro vita vagabonda, nelle difficoltà riscontrate in ambito lavorativo, e in quell'intimo senso di solitudine che accomunava le loro vicende esistenziali. “Io piango, quanno casco nello sguardo de’ ‘n cane vagabondo perché ce somigliamo in modo assurdo, semo due soli al monno”. I pochi versi di “Io non piango” sono testimonianza del più breve e sincero sodalizio artistico nella storia della canzone italiana.


sabato 7 novembre 2015

Brucia Roma - Antonello Venditti

Poeti e cantanti romani da sempre vivono un rapporto contrastato con la loro città, dai tempi di Belli e Trilussa, o forse addirittura dai tempi di Nerone, visto che anche lui era una specie di cantautore. Della città celebrata dalla cultura di massa come bella, sensuale ed eterna, l'artista nella propria opera celebra il grottesco, l'osceno, il volgare, il turpe, l'ingiusto, in quel carattere dionisiaco che Roma esprime nelle sue viscere, come a riconfermare in ogni occasione la sua leggendaria sanguinaria origine rappresentata dall'odio fratricida di Romolo e Remo. 
In “Brucia Roma” Antonello Venditti si fa interprete di questo stesso spirito, e il risultato è memorabile, come memorabile è tutta la sua produzione dal 1972 al 1975, quei quattro anni (per 5 album) per cui riesco a perdonargli tutta la discutibile produzione dal 1980 in poi. “Brucia Roma” è una canzone che si potrebbe dire quasi punk, con una struttura scarna, l’armonia su due soli accordi, la sonorità acida distorta del piano Rhodes, gli audaci vocalizzi.
Tutte caratteristiche che fanno da filo conduttore all’intero album “Le cose della vita” del 1973, interamente suonato da Vendittti con un solo piano Rhodes e gli archi sintetici dell'organo Eminent (probabilmente il primo synth polifonico commerciale della storia).