lunedì 8 marzo 2021

Però il rinoceronte - Lucio Battisti e Pasquale Panella

Anno 1992, esce "C.S.A.R. - Cosa succederà alla ragazza" di Lucio Battisti, il quarto "bianco" nato dalla collaborazione con il poeta e paroliere Pasquale Panella.

In copertina, nella solita essenzialità del ciclo dei bianchi, troviamo solamente l'acronimo del titolo scritto stampatello a mano in una grafia disordinata.
Già su questo primo dettaglio si sono susseguite nel tempo le più pretenziose interpretazioni. Ecco, per questi album non mi piace addentrarmi troppo in analisi minuziose, c'è già molta letteratura in merito e assai esaustiva, e di certo un umile post di un blogghettino di periferia non è il luogo adatto. Secondo la mia personalissima opinione l'universo, musicale e poetico, di Lucio Battisti e Pasquale Panella è così caleidoscopico che sta all'ascoltatore rintracciare gli elementi, trovare significati, connetterli fra loro, ed è proprio qua la grande magia di queste produzioni. L'ascolto diviene un gioco, l'ascoltatore entra nei brani, vi partecipa. Nella letteratura qualcosa di simile è rintracciabile nella lettura dell'Ulisse di James Joyce, in Rayuela di Cortazar o nei racconti di Borges.
Mi soffermo su un punto sicuramente fondamentale. C.S.A.R. è un album (o meglio, un concept album) che restituisce un'immagine rivoluzionaria della figura femminile: strano a dirsi, per un autore (Battisti) storicamente additato dagli ambienti radical come conservatore e misogino.
A questo scopo mi soffermo sul brano "Però il rinoceronte", il punto più alto dell'album, per musica e testo, e per me nella top 10 dell'intera produzione di Lucio Battisti (ho sempre avuto un debole per il periodo bianco). Siamo nella parte centrale della storia narrata dall'album, una storia di banale quotidianità per un'ipotetica ragazza alle prese con le piccole cose di ogni giorno (ancora una volta un legame con il già citato Ulisse di Joyce), tra negozi, metropolitane, sacchi della posta. Forse per la prima volta lei si confronta con la propria intimità, si ritrova osservata, ambita, desiderata. Si parla d'amore, di legami, di effusioni, di erotismo, e apparentemente siamo nell'ambito della descrizione della convenzionalità dei rapporti, se non fosse per quel moto progressivo, quell'attesa espressa anche dai passaggi armonici, che attraversa l'intera canzone e culmina nel più volte ripetuto, identitario e rivendicativo:

"Sono io quella ragazza, infatti è lei"

Una semplice, innocente affermazione, che diventa un grido di libertà e di rivoluzione, sfidando i riti, il potere, la tradizione. Con un probabile destino di immortalità, che si può intravedere in un altro passaggio particolarmente interessante: 

"E la parola chiave è rosmarino"

Per gli antichi Egizi il rosmarino era simbolo di immortalità e di rinascita, e nel testo sono numerosissimi i riferimenti alla civiltà egiziana ("I riti, i riti, ma che riti d'Egitto", "l'acrobata di sabbia", etc.).
Ecco, mi fermo qui, sperando che questi pochi elementi possano stimolare la curiosità nell'ascoltare e riscoprire C.S.A.R. (e in generale tutti gli album degli anni 80/90 di Lucio Battisti).



Sempre su Lucio Battisti su questo blog puoi leggere anche:



sabato 13 febbraio 2021

Alla fiera dell'Est e Chad Gadya - Il talento filologico di Angelo Branduardi

Il Chad Gadya, o Had Gadya (חַד גַדְיָא) è un canto utilizzato durante la Pesach ebraica, nello specifico durante il rituale della cena che precede il primo giorno delle festività pasquali (Seder di Pesach).
Chad Gadya, tradotto letteralmente come "L'unico capretto", ha una struttura ciclica, nella quale si iterano i destini di vari personaggi, uno per ogni strofa, ciascuno collegato alla strofa precedente.
Il tema principale racconta di un padre che acquista un capretto per due zuzim (due denari d'oro, molto significativi a livello simbolico), e nelle varie strofe si susseguono il gatto che si mangia il capretto, il cane che morde il gatto, il bastone che picchia il cane, e così via. Tale ciclicità è stata oggetto di innumerevoli interpretazioni, su cui si sono espressi anche molti rabbini e studiosi biblici.
Nel 1976 un giovane Angelo Branduardi propone il testo tradotto in Italiano, con pochissime variazioni (la più importante è "un capretto" che diventa "un topolino"), affiancando ad esso una parte musicale ispirata a varie fonti: motivi della tradizione medievale araba ed europea, arrangiamento che soprattutto nelle strofe ricorda la musica sufi, organico strumentale medievale e rinascimentale. 
La canzone"Alla fiera dell'Est" diventa un successo internazionale, tanto da essere ancora oggi la melodia più utilizzata nel canto originale "Chad Gadya".
Sul talento e la preparazione autoriale e musicale di Angelo Branduardi si è parlato e scritto molto. Si tende però spesso a trascurare la sua grande ricerca filologica ed etnomusicologica, mostrata nella canzone "Alla fiera dell'Est" così come in tante altre occasioni ("Ballo in fa diesis minore", "Cogli la prima mela", "Donna ti voglio cantare", etc.). Una caratteristica che lo rende unico nel panorama cantautoriale italiano.

Curiosità: Chad Gadya viene citata nell'Ulisse di James Joyce (Episodio 7 - Eolo).







lunedì 1 febbraio 2021

La pioggia di Filippo Clary feat. Niccolò Fabi

Una nuova collaborazione per Niccolò Fabi. Nuova per modo di dire, perché Filippo Clary e Niccolò, come ha raccontato il cantautore romano in un recente post su Facebook, si conoscono da tempo. Peraltro a Riccardo Clary, fratello di Filippo e personaggio notissimo della discografia italiana (Virgin, EMI, etc.), dobbiamo molto, in quanto fu lui nel 1996 a tirare fuori dal cappello della Virgin l'esordio discografico di Niccolò Fabi con l'album "Il Giardiniere", contenente "Dica" e "Capelli".

Ascoltando "La pioggia" si ha l'impressione di fare un salto indietro nel tempo: riemergono alcune sonorità che in qualche modo ricordano "La cura del tempo", ma con finiture che ne attualizzano il contenuto musicale, evitando così un possibile effetto nostalgia. Testo e musica sono di Filippo Clary, già fondatore del gruppo nu jazz dei "Gabin". Per lui si tratta del primo album da solista, e soprattutto del primo brano interamente in lingua italiana.

Ci ha pensato probabilmente Niccolò Fabi a lavorare di lima e scalpello sul testo di "La pioggia" scritto qualche anno fa da Clary, e così la canzone si colloca perfettamente nello spazio e nel percorso di Niccolò, in linea con le sue precedenti produzioni e con l'ultima "Tradizione e tradimento" (2019).

Leggendo il testo viene in mente il singolo "Il tuo ricordo" recentemente pubblicato da Samuele Bersani e incluso nell'album "Cinema Samuele". I temi ricorrono molto spesso di questi tempi: la voglia di cambiare, il timore di abbandonare un percorso già tracciato, il passato e i ricordi con cui fare i conti, e che rischiano sempre di lasciarci fermi a guardarci indietro.

In un momento come quello odierno è difficile vedere la luce diretta del sole di fronte a noi, vale quindi la pena provare a entrare nella pioggia e scorgere qualche sprazzo di sole riflesso nelle singole gocce.



sabato 5 dicembre 2020

Claudio Baglioni - In questa storia che è la mia (ma anche la nostra)


E' tornato, con un quasi concept album di 24 tracce, suonato e prodotto con i collaboratori di sempre: Paolo Gianolio, Danilo Rea, Gavin Harrison, e così via. Dice Claudio che questo è "Un album in costume d'epoca", e ci gioca su da tempo, già dal periodo di promozione prima del lancio ufficiale, quando sottolineava che questo sarebbe stato un album suonato dalla prima all'ultima nota. È più che ovvio che da un Claudio Baglioni non ci saremmo mai aspettati un album "non suonato", magari infarcito di suoni elettronici e sintetici, tantomeno un album, non so, trap, come scherza anche Michele Monina nella sua bellissima recensione. Ma si prova ugualmente stupore nell'ascoltare "In questa storia che è la mia", perché è un lavoro curatissimo, confezionato da un artista che ci tiene veramente tanto al suo pubblico, che non intende più stupire a tutti i costi e nemmeno crogiolarsi negli arzigogoli sintattici o in arrangiamenti sopra le righe. Stavolta la storia di Claudio, per osmosi, si lega con la nostra storia, quella del suo pubblico, per noi che lo seguiamo oramai da una vita intera, e con lui abbiamo attraversato gli anni - i "più belli" ma anche i meno belli - con in testa sempre il pezzo di canzone giusto per ogni momento. Così, quella specie di nemesi storica del Claudio degli ultimi 20 anni, sempre più distante, impenetrabile, labirintico e ridondante ai limiti del ridicolo, viene elaborata e metabolizzata da questo lavoro, che se da un lato è diretta emanazione di quel tortuoso percorso, dall'altro ripesca a piene mani nel passato dell'"age d'or" baglioniana, quella che va da "Strada facendo" (1981) a "Io sono qui" (1995).

I riferimenti a "Strada facendo", 40 anni dopo, sono molteplici, dai brevi interludi autobiografici al remake molto autoironico di "Via" con il nuovo brano "Reo confesso". Gli arrangiamenti di Celso Valli funzionano benissimo con la voce "nuova" di Claudio, anzi, funzionano più ora, al cospetto di quelle frequenze più ruvide, che ai tempi di "La vita è adesso".

Tra i momenti più efficaci menziono, a titolo del tutto personale:

  • Come ti dirò: riecheggiano le sonorità di "Fammi andar via" o di "Tienimi con te". A mio parere potrà diventare un nuovo classico nel repertorio baglioniano.
  • Quello che sarà di noi: qui siamo più vicini al clima sonoro di "Oltre". Efficacissimo l'uso del flicorno nel restituire un'atmosfera di grande intimità (sembra fare un po' il verso alle sonorità del guitar synth di Pat Metheny), e il giro di basso nell'inciso.
  • Altrove e qui: nel ritornello cita un po' Georg Friedrich Haendel (la Sarabanda della colonna sonora di Barry Lindon di Stanley Kubrick), me n'ero accorto già quando questo tema venne usato per la presentazione delle serate live "Al centro" di Verona nel 2018. Ora il tema si è sviluppato ed è diventato un brano in quello stile epico e corale alla Baglioni per cui ho da sempre un debole ("Le vie dei colori", "Di là dal ponte", etc.).
  • Le versioni acustiche, su tutte quella di "Io non sono lì" che - lo ammetto - all'uscita un mese fa non mi piacque affatto, ma in acustico con pianoforte Rhodes e voce ne esce assolutamente impreziosita.

Eccolo qua, Claudio Baglioni, un quasi settantenne con un passato così gigante a cui è tanto difficile tenere testa, un quasi settantenne che ancora si emoziona da bravo figlio unico a parlare dei suoi genitori, delle sue origini umbre, della sua storia tutto sommato "normale", un quasi settantenne che ama ancora mettersi in gioco, in questo tempo in cui il cantante considerato più rivoluzionario se ne esce con un album di canzoni di Natale, e tutte le classifiche musicali sono dominate da fenomeni non musicali. Grazie di tutto, Claudio.


giovedì 26 novembre 2020

Il fascino mistico di "Il sole nella pioggia" di Alice


Questo è uno di quegli album che mi accompagna praticamente da 30 anni, scoperto per caso, all'età di 14 anni, neanche con l'ascolto, ma leggendo lo spartito della title track trovato su uno di quei raccoltoni della BMG con 120 pagine di canzoni. Fu così sia per "Il sole nella pioggia" che per "Sirtaki" di Mango.
L'ho già detto in più di un post, ma tra la fine degli anni 80 e l'inizio dei 90 la produzione discografica italiana ebbe uno slancio difficilmente eguagliato in seguito. No, neanche negli anni successivi, con l'emergere delle nuove etichette indipendenti e le nuove "scuole" di cantautori. Il fatto è che tra il 1989 e il 1992 furono le cosiddette "major" che alzarono il tiro, puntando a un accrescimento qualitativo che portò a una lunghissima serie di capolavori, di cui "Il sole nella pioggia" di Alice fa parte a pieno titolo.
I brani dell'album portano le firme prestigiosissime di Finardi, Madonia, David Crosby, Peter Hammill dei Van der Graaf Generator (molte le sue collaborazioni con artisti italiani nel corso degli anni). Ma è soprattutto Juri Camisasca, autore di ben 5 tracce, che dà all'album quella affascinante connotazione mistica e "trascendentale".



Dice lo stesso Camisasca:
"Vedere il sole nella pioggia significa essere consapevoli di una certa dualità dell'esistenza, che ogni medaglia ha il diritto ed il rovescio. Quindi il saggio, essendo consapevole di questo, non si abbatte quando le cose non vanno bene e non si esalta invece quando le cose gli vanno bene. Quindi riuscire a vedere il sole nella pioggia significa raggiungere questa condizione di saggezza in cui si sa che ci può essere una sconfitta, ci può essere una vittoria, perchè la vita è fatta così."

Camisasca è un autore fondamentale nello scenario della canzone d'autore italiana. Il suo è stato un percorso veramente alternativo, fuori da qualsiasi schema, forse assimilabile solo a quello di Franco Battiato, con cui poi in effetti si è incontrato in varie fasi. Il meglio di sé l'ha dato però probabilmente con le collaborazioni con due Regine della canzone: Giuni Russo (memorabile "Il carmelo di Echt" ispirato alla mistica carmelitana Edith Stein) e, appunto, Alice.

Di recente un format televisivo ha proposto un'intera puntata dedicata a "Il sole nella pioggia": e speriamo che sia la volta buona per restituire, in questo periodo di clown e conformismi, la dovuta giustizia a una vera pietra miliare della discografia italiana degli ultimi 3 decenni.



venerdì 18 settembre 2020

Harakiri - Di Samuele Bersani

Nella cultura tradizionale giapponese il termine "Harakiri" (o più propriamente il "Seppuku") si riferisce al suicidio rituale, "privilegio" riservato alla sola casta dei Samurai, ad espiazione di una colpa o semplicemente di una situazione di disonore.

E' importante partire dal significato della parola che dà il titolo al nuovo singolo di Samuele Bersani (che anticipa l'album "Cinema Samuele" in uscita il prossimo 2 ottobre 2020), perché quella parola dà un senso all'intero testo: un testo ermetico, ma non privo di un genuino humour, intriso di simbologia che strizza l'occhio anche al linguaggio della psicanalisi. O almeno, questo è ciò che vi ho trovato con la mia lettura che, è sempre bene ammetterlo, non ha alcuna pretesa di oggettività. 

Nell'harakiri c'è l'estremo sacrificio, che nella cultura occidentale ha anche assunto eufemisticamente il significato di evirazione, pertanto di castrazione; contemporaneamente però un autore come Yukio Mishima lo definiva atto di "masturbazione estrema". 

L'accidentato e stralunato percorso del protagonista della canzone muove da un cinemino parigino a luci rosse (in cui dovrebbe essere compiuto l'estremo gesto, se non fosse per la trama e i dialoghi del film che distolgono le sue attenzioni) e attraversa spazi che ben identificano lo status di emarginazione e degrado. Sono i dettagli che arricchiscono la poetica del brano: una baracca che diventa astronave appoggiata su due pietre; l'aragosta nella busta; il fornello tenuto in bilico con un ombrello; le bestemmie di marmo.

Poi la trasformazione, la rinascita, che però arriva dopo una serie di giorni infelici, e si può dedurre che essa sia conseguenza di qualcosa, forse proprio dell'atto che dà il titolo al brano. Cinematograficamente parlando diremmo che questo sia un "plot twist", in cui il protagonista, vestito di bianco (colore di purezza e di rinascita), diviene "lucciola in mezzo a un black-out", e il cielo si apre "a serramanico come se spalancasse un sipario (il serramanico meccanismo di apertura di un coltello da aggressione, notare come funziona bene il contrasto). Siamo pertanto nella sfera della finzione (ce lo fa capire anche il finale del videoclip ideato da Pacifico e girato da Giacomo Triglia), e probabilmente, del sogno, forse un sogno nel sogno.



lunedì 3 agosto 2020

Quale Allegria - Lucio Dalla

Un incontro così tanto desiderato, anche solo per avere un giorno la soddisfazione di allontanarsi e vedersi andare via; i ricordi, gli affetti perduti, i gesti, le frasi consuete e l’ordinarietà dei rapporti in cui ci si fa del male per potersi perdonare; le maschere indossate durante la routine quotidiana, così come quelle indossate sopra un palco, davanti a un pubblico che ti batte le mani. E quell’unica domanda: “Quale allegria”, e anche un punto interrogativo sarebbe troppo conclusivo. No, non c’è conclusione, mai, nessun cerchio che si chiude, nessun vero gran finale, progetto, o grande missione da compiere. E “Andrea, un bastone e cento denti che ci chiede di pagare” è lì a ricordarcelo. Perché tutto sommato l’angoscia dell’essere incompleti e la necessità fanno di noi ciò che siamo, miseramente e semplicemente umani.

Siamo vicini alla poetica esistenzialista, e sappiamo che Lucio Dalla è arrivato da quelle parti passando attraverso la collaborazione con il poeta Roberto Roversi, iniziata nel 1973 con “Il giorno aveva cinque teste” e conclusasi con “Automobili” (capolavoro) del 1976.
“Quale allegria” è datata 1977, ed è inclusa nell’album “Com’è profondo il mare”, il primo in cui Dalla compare come autore sia della parte musicale che dei testi (no, il testo di “4/3/1943” non è di Lucio Dalla). Anche se inizialmente destinata all’interpretazione di Ornella Vanoni, sembra impossibile pensare a “Quale allegria” come brano distaccato dal resto dell’album, perché tutto l’album è un meraviglioso affresco, dove si contrappongono e si compenetrano quasi in un unico racconto la realtà, il sogno, la vita, la cronaca, le ideologie (“E non andar più via”), il sano cazzeggio (“Disperato erotico stomp”), la storia.