Che ci sia ancora qualche sparuta traccia di ermetismo nella canzone italiana? Ebbene sì, godiamocelo il testo di questa "uomini contro insetti" (nessuna maiuscola iniziale), firmata e interpretata dal sempre sorprendente Giorgio Poi, parola per parola, immagine per immagine, analogia per analogia.
Perdiamoci in queste sonorità plastiche, quasi evanescenti, e facciamoci ipnotizzare da un tempo di 6/8 che sa di estati anni 60, "di spiagge bianche di Soda Solvay", di "vacanze in splendidi resort". È l'immaginario poetico di un cantautore che ha interiorizzato il dramma della contemporaneità, il sogno infranto di una società che prometteva illusioni, bandiere blu e vacanze low cost, e ha prodotto invece solo un'umanità disumanizzata (che infatti perde la maiuscola) e fragile, schiacciata in qualche alveare di cemento armato (o per i più fortunati in qualche alveare di lusso di un centro metropolitano, poco cambia). Come insetti? No, gli insetti mica si autodistruggono, non hanno la bomba nucleare, e a ogni modo dopo un olocausto nucleare ci sopravvivranno. Una cosa del genere la diceva anche Bertrand Russell nel suo saggio "Uomini contro insetti" (già, il titolo della canzone è una citazione), incluso nella raccolta "Elogio dell'ozio".
"Mi guardo allo specchio prima di uscire", "Si torna vivi da morti / Dove tu non sei tu / E io non sono io": l'io alienato e spersonalizzato del cantautore somiglia un po' alla condizione di necessità assai ricorrente in letteratura, quella di Antoine Roquentin nella Nausea di Sartre, tanto per citarne uno che mi sta particolarmente a cuore. È potentissima l'immagine, assai ricorrente nei momenti di angoscia, di un io che nel sogno si aggira come un ladro per le vecchie case, in cerca di un oggetto, un ricordo, un'immagine a cui appigliarsi per non precipitare, come sembra suggerire quella progressione discendente di accordi sul finale.
Vulnerabile sì, ma con consapevolezza, e infatti, proprio in chiusura, il cantante, umanamente uomo (questa espressione la prendo in prestito da Mogol-Battisti), si scusa della propria follia, della propria sconfitta, umilmente uscendo di scena, perché alla fin fine "le canzoni sono sempre ridicole".