lunedì 12 marzo 2018

Nel sole, nel sale, nel sud - Claudio Baglioni

L'album "Solo" è un po' il "White album" di Claudio Baglioni. La copertina del disco era tutt'altro che "White", ma ci sono molti spunti che mi fanno associare concettualmente l'album del 1977 del cantautore romano a quello che io considero il capolavoro assoluto dei Beatles, nonché pietra miliare dell'intera storia della musica, datato 1968.

Il fatto è che "Solo" divide nettamente in due la carriera di Claudio Baglioni, e getta solide basi per l'intera discografia successiva, a dire il vero molto successiva. Perché il discorso non vale tanto per il disco successivo, "E tu come stai", che sembra fare un passo indietro rispetto a "Solo", e nemmeno per "Strada facendo", primo tentativo - riuscito solo in parte - di internazionalizzare la musica di Claudio (è un'affermazione forte, ma si sente troppo la mano pesante degli arrangiamenti di Geoff Westley); e neanche per "La vita è adesso", che rimane un episodio pop a sé che ancora oggi fatico a classificare.
La semina di "Solo" trova il suo raccolto più generoso nella nota trilogia "Oltre" - "Io sono qui" - "Viaggiatore sulla coda del tempo", divenendone a posteriori quasi un prologo.
"Solo" è un opera molto ambiziosa: nel suo primo album autoprodotto Claudio Baglioni sembra volersi mettere alla prova, lasciando da parte i facili consensi (ma alla fin fine io credo che lui si sia sempre messo alla prova, anche nei lavori più immediati dei primi anni), e costruendo minuziosamente un intero universo musicale e poetico. Ogni brano costituisce un mondo a sé, vagando fra generi musicali e atmosfere assai eterogenee, ma raccontando nell'insieme un'unica storia, costruita sul tema della solitudine umana.

Ci sarebbe tanto da dire, per ogni singola traccia: vorrei parlare della breve ma devastante introduzione di pianoforte della title track; del moog di Toto Torquati in "Quante volte"; della chitarra finger-picking di Giovanni Unterberger in "Strip tease"; della sublime rappresentazione della classe operaia in "Duecento lire di castagne", che fa invidia alla maggior parte dell'"eletta schiera" dei cantautori impegnati di quegli anni; o delle immagini evocate da quell'ultimo canestro del "Pivot".



Scelgo quella che a mio parere è in assoluto una delle più belle canzoni di Claudio Baglioni: "Nel sole, nel sale, nel sud". Si tratta del primo episodio, nella discografia baglioniana, dove palesemente l'attenzione dell'autore è rivolta verso la "world music", più precisamente verso la musica popolare brasiliana, sia nell'incipit, dove è impossibile non pensare al falsetto di Milton Nascimento, che nel coinvolgente ritmo di samba che chiude il brano.
Il testo ci porta esso stesso a Rio, per raccontarci la solitudine di un giovane tassista carioca. Il racconto è affidato a fortissime immagini, che descrivono la fisionomia del personaggio (il "naso a nodo di cravatta", i "polsi di bambù"), i suoi stati d'animo ("traffico, disperazione, attesa, rabbia, nostalgia, rassegnazione da portare a spasso gratis tutti i santi giorni per le vie di Rio"), i suoi luoghi, il suo vissuto e il sogno di una possibile redenzione.

E' una mia idea tutta da verificare, ma resto convinto che Claudio Baglioni sia stato molto influenzato dalla canzone brasiliana, più in particolare dalla musica e dalla poesia di Chico Buarque de Hollanda, ho già affrontato la questione parlando di "Poster", e ci sarebbero molti altri elementi a conferma di questa devozione mai dichiarata: per citarne uno a caso, la sequenza armonica in "Ragazze dell'Est" (1981) non ci ricorda forse "Retrato em branco e preto"?

mercoledì 21 febbraio 2018

Le tasche piene di sassi - Jovanotti

Una canzone la puoi ascoltare per centinaia, migliaia di volte, ma c'è quella volta che ti arriva in modo diverso, e l'ascolto diventa un'esperienza diversa, e si trasforma in pura emozione. 
Succede così, ed è la potenza della "musica leggera", e Lorenzo Cherubini, per tutti Jovanotti, ne è il nostro più autentico rappresentante (insieme a Cesare Cremonini, di cui si è già detto qualche post fa). 
"Le tasche piene di sassi" è un titolo mascochisticamente pieno di "s" per l'oramai nota (e deliziosa) imperfetta dizione di Lorenzo. Per questo motivo è entrata nel repertorio di base di tanti imitatori e cabarettisti.

Eppure è un titolo che cela un significato profondamente malinconico.
L'immagine dei sassi nelle tasche già di per sé suggerisce l'idea di un peso, e c'è un cupo senso di necessità, che impedisce, almeno momentaneamente, di spiccare un qualsiasi volo, quel volo che sempre torna nella poetica di Jovanotti ("La vertigine non è paura di cadere / ma voglia di volare" - Mi fido di te - 2005), e che è libertà, passione, energia, vitalità.
Quel peso è il senso di solitudine e di abbandono, conseguente a una perdita importante (come la morte di un familiare), che riaffiora nel tenero ricordo di quella volta all'uscita di scuola, quando nessuno venne a prenderti.
Tante "S" anche in quel "Sono solo stasera senza di te", un verso così pieno di vita e tenerezza che si fa fatica a trattenere la commozione.

Jovanotti scrisse la canzone di getto pochi giorni dopo la scomparsa di sua madre, nel 2010. 
La canzone venne inserita nell'album "Ora" del 2011, che contiene anche le tracce "Tutto l'amore che ho" e "Il più grande spettacolo dopo il Big Bang".


lunedì 5 febbraio 2018

Il buio col "Pesto" di Calcutta

La nuvola dell'indie è sempre più rarefatta, e finalmente inizia a filtrare una luce vitalissima da quell'ostinato grigiore, tanto caro ai puristi della tradizione della cosiddetta "musica indipendente italiana".
Sinceramente, in generale se amiamo la musica italiana non possiamo che essere contenti che Calcutta e Paradiso stiano lì, sulla cresta dell'onda, e macinino successi, da soli o accompagnati, con Takagi e Ketra, con Fedez o chiunque altro. E' anche grazie a loro che la scena musicale italiana sta finalmente uscendo da perverse logiche di conservazione, alimentate principalmente (ma non solo) dalle major discografiche, che hanno inaridito per 20 anni l'intero mercato discografico legato alla sin troppo etichettata musica "pop".

La maturità di Calcutta è ben segnata dagli ultimi due singoli usciti, "Orgasmo" e "Pesto".
In "Pesto" soprattutto si nota chiara un'evoluzione linguistica, nella musica e nel testo.
Musicalmente prevale un linguaggio ben ancorato alla più tradizionale ballata pop italiana, con quegli accordi di pianoforte e quei tappeti d'archi, gli special, il liberatorio lancio del climax prima del ritornello. 
Eppure la struttura armonica del ritornello è stupefacente, lo stesso Calcutta ha pubblicato la partitura di quell'inciso sugli accordi di B - C#min - Emaj7 - B - C#min7 - A - A7. Colpisce la sorprendente drammaticità di quel Emaj7, per nulla scontato (la logica vorrebbe un F# o un D#min7), in grado di far precipitare il climax culminato nei primi due accordi B - C#min e nel liberatorio "Ueee deficiente".

Il testo evidenzia alcuni tratti oramai "tipici" del Calcutta che già conosciamo, ma con un'inedita propensione per il gioco di parole, per la costruzione dell'effetto sulla base delle evocazioni che comunicano parole apparentemente decontestualizzate. 
"Pesto": nel leggere il titolo abbiamo pensato tutti al famoso piatto tipico genovese; nel testo la parola compare nel verso "Fuori è notte, mangio il buio col pesto". Come si può notare il termine non viene completamente decontestualizzato, ma integrato alla rappresentazione di un concetto come il buio.
Lo stesso avviene con il pianto, che diventa "una botte che perde" e con il ricordo del suono della voce della persona amata, "un filo di ferro dentro l'orecchio".

Un'ultima considerazione spetta di diritto al video, diretto da Francesco Lettieri, su un'ambientazione anni '90 (Fiumicino, 1994) che però ricorda anche scenari pasoliniani.


sabato 20 gennaio 2018

Bianco - "Organo Amante", dal nuovo album "Quattro"

L'ho aspettato per settimane, dopo aver ascoltato quel primo singolo, "Felice", già così diverso da tutta la precedente produzione di Bianco. Attesa ben ripagata, perché "Quattro" già me lo vedo ben piazzato nella mia lista dei migliori album del 2018. Così, sulla carta, quando mancano ancora 11 mesi alla fine dell'anno.
"Less is more", verrebbe da dire: "Quattro" è il quarto album del cantautore torinese Alberto Bianco, e la semplicità del titolo si specchia perfettamente con l'essenzialità generale dell'intero lavoro.
In "Quattro" c'è tanta musica, tanta buona musica suonata da un affiatato gruppo che insieme allo stesso Bianco ha seguito Niccolò Fabi per molto tempo in tour, e registrata in una stanza di 200 metri quadri, che dona all'album una sonorità suggestiva che un ascoltatore attento non può non percepire.
Niente ricerca di effetti e trovate speciali, poco "indie", e quasi per niente (e per fortuna) al passo coi tempi: dominano i colori del pop, che di tanto in tanto nelle varie tracce si mischiano ad altre tonalità sonore, dal punk al rock al funky.

Bianco nel suo quarto album si racconta, e nel suo racconto ci si riconosce, quel "Chi sono io?" ricorre spesso nella traccia di apertura "30 40 50", e traccia dopo traccia si susseguono tante diverse risposte a quella domanda, in tutte le storie che prendono vita all'interno delle canzoni, dove troviamo i ricordi degli anni '90, la Fiat e la città di Torino, così come i vecchi tetti di Ortigia, e le amicizie, gli affetti perduti, i cambiamenti repentini a cui ci sottopone la vita. Così Bianco a 34 anni e già con una discreta carriera alle spalle sembra voler mettere le mani a una specie di bilancio generazionale.

L'album si chiude con la stupenda "Organo Amante", traccia in cui i tempi si dilatano fino a raggiungere la durata di 10 minuti, registrati in presa diretta e immortalati nell'emozionante videoclip della canzone.

"E si riparte dal via
ora che sono grande
rimango per ore in silenzio
annaffiando un giardino di note"



martedì 2 gennaio 2018

"Sempre senza parole", di Luca Carocci

Probabilmente le esperienze di vita maturate in 15 anni in giro per il mondo hanno dato tanto al cantautore romano Luca Carocci, almeno a giudicare dai suoi due album, e in particolare dal più recente "Missili e somari" del 2016.
Si tratta di una produzione in qualche modo "corale", frutto di tante collaborazioni, a cominciare da Pietro Sermonti, in un'inedita veste di produttore discografico; poi ci sono Bianco, Margherita Vicario, Filippo Gatti, Roberto Angelini, Francesco Forni, insomma, una selezione di tanti bei nomi che raccontano il meglio della nostra discografia degli ultimi anni.
Su tutto domina la lucente personalità artistica di Luca Carocci, eccellente autore e interprete, sia nella parte musicale che nei testi.
Durante il 2017 penso di aver ascoltato l'intero album centinaia di volte, scoprendo di tanto in tanto nuove sfaccettature e nuovi spunti. Mi piace la ricchezza sonora, guidata dalla chitarra sempre protagonista, mi piace l'uso dei controcanti (spesso affidati alla dolcissima vocalità di Margherita Vicario), lo stile chitarristico un po' alla Ben Harper (uno dei punti di riferimento di Luca Carocci). 
Ho scelto di pubblicare "Sempre senza parole", ballata malinconica sul bisogno di stare insieme, di tenersi vicini, di condividere, una vera perla, da pelle d'oca a ogni ascolto, a mio parere una delle più belle canzoni degli ultimi anni.
Anche Luca Carocci rientra in quella cerchia di nomi che meriterebbero molta più visibilità, perché quando lo fai ascoltare in giro rimangono tutti stupiti che tanta bellezza rimanga nascosta.



lunedì 4 dicembre 2017

Maddalena di Alessandro Mannarino

"Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini". La citazione è tratta da un'intervista al regista surrealista spagnolo Luis Bunuel, orgoglisamente ateo quindi, ma allo stesso tempo uno dei più acuti indagatori contemporanei della spiritualità cristiana, tanto che la sua filmografia è stata per decenni nel catalogo delle edizioni San Paolo.
Può sembrare strano, quasi audace, ma scorrendo l'intera discografia di Alessandro Mannarino ho trovato quello stesso costante richiamo al religioso.
Ne è un clamoroso esempio la canzone "Maddalena", dall'album "Supersantos".
Mannarino prende dal Nuovo Testamento due fra i personaggi più emblematici, Giuda e Maddalena, simbolici rappresentanti degli istinti umani, e costruisce su di loro una storia d'amore, scorrendo con leggerezza sui toni del grottesco ma in realtà compiendo una profonda speculazione filosofica e antropologica (sarà una fissazione ma una costruzione del genere mi ricorda veramente tanto il Bunuel de "La Via Lattea").
Mannarino, con la sua laurea in Antropologia, lo sa bene: per conoscere l'umanità bisogna saper indagare nel mito, nelle rappresentazioni arcaiche, nella spiritualità e nel rito; e questo è un filo logico che si può seguire in tutta la sua evoluzione artistica, dal "Bar della rabbia", l'album d'esordio più immediato e diretto, al più recente "Apriti cielo", dove timidamente compare anche la ricerca etnomusicologica.


mercoledì 8 novembre 2017

Poetica, inno alla vita e all'amore di Cesare Cremonini

Ho accolto con grande stupore il nuovo singolo "Poetica" di Cesare Cremonini. I cliché del mercato e delle case discografiche ci hanno abituati alle convenzioni, così, se un cantante meravigliosamente pop come Cremonini dopo 3 anni dal suo ultimo album ("Logico", 2014) se ne esce con un singolo costruito su un andamento blues e con le parti strumentali affidate al theremin la sorpresa è assicurata.

Ma Cesare Cremonini, come di consueto, non fa pesare mai nulla, neanche le scelte più difficili e fuori dagli schemi. Si era già detto qualche post fa a proposito di "Le sei e ventisei". Solo lui e Lorenzo Jovanotti hanno questo grande pregio che li distingue da tutti gli altri.

"Poetica" si presenta così al primo ascolto come un brano di una stupefacente leggerezza, in grado di assolvere pienamente alla straordinaria missione della musica, appunto, leggera. 
Eppure non è una canzone semplice. Non lo è nel testo, costruito sulla centralità di alcuni concetti in chiaroscuro, tra la "stanchezza", l'"abbandono", e una fiducia nella grande forza della vita, perché "anche se penserai che non è poetica questa vita ci ha sorriso e lo sai non è mai finita". E musicalmente, pur non allontanandosi da molti elementi ricorrenti nelle sonorità del Cesare Cremonini degli anni 2010, restano impressi l'uso funzionale di uno strumento "vintage" come il theremin, a cui vengono affidate le parti strumentali della canzone, e quegli accenni di blues presenti nelle strofe e nel solo di chitarra.

Se queste sono le premesse c'è solo da aspettarsi grandi cose per il nuovo album "Possibili scenari" in uscita a fine novembre 2017.