sabato 5 dicembre 2020

Claudio Baglioni - In questa storia che è la mia (ma anche la nostra)


E' tornato, con un quasi concept album di 24 tracce, suonato e prodotto con i collaboratori di sempre: Paolo Gianolio, Danilo Rea, Gavin Harrison, e così via. Dice Claudio che questo è "Un album in costume d'epoca", e ci gioca su da tempo, già dal periodo di promozione prima del lancio ufficiale, quando sottolineava che questo sarebbe stato un album suonato dalla prima all'ultima nota. È più che ovvio che da un Claudio Baglioni non ci saremmo mai aspettati un album "non suonato", magari infarcito di suoni elettronici e sintetici, tantomeno un album, non so, trap, come scherza anche Michele Monina nella sua bellissima recensione. Ma si prova ugualmente stupore nell'ascoltare "In questa storia che è la mia", perché è un lavoro curatissimo, confezionato da un artista che ci tiene veramente tanto al suo pubblico, che non intende più stupire a tutti i costi e nemmeno crogiolarsi negli arzigogoli sintattici o in arrangiamenti sopra le righe. Stavolta la storia di Claudio, per osmosi, si lega con la nostra storia, quella del suo pubblico, per noi che lo seguiamo oramai da una vita intera, e con lui abbiamo attraversato gli anni - i "più belli" ma anche i meno belli - con in testa sempre il pezzo di canzone giusto per ogni momento. Così, quella specie di nemesi storica del Claudio degli ultimi 20 anni, sempre più distante, impenetrabile, labirintico e ridondante ai limiti del ridicolo, viene elaborata e metabolizzata da questo lavoro, che se da un lato è diretta emanazione di quel tortuoso percorso, dall'altro ripesca a piene mani nel passato dell'"age d'or" baglioniana, quella che va da "Strada facendo" (1981) a "Io sono qui" (1995).

I riferimenti a "Strada facendo", 40 anni dopo, sono molteplici, dai brevi interludi autobiografici al remake molto autoironico di "Via" con il nuovo brano "Reo confesso". Gli arrangiamenti di Celso Valli funzionano benissimo con la voce "nuova" di Claudio, anzi, funzionano più ora, al cospetto di quelle frequenze più ruvide, che ai tempi di "La vita è adesso".

Tra i momenti più efficaci menziono, a titolo del tutto personale:

  • Come ti dirò: riecheggiano le sonorità di "Fammi andar via" o di "Tienimi con te". A mio parere potrà diventare un nuovo classico nel repertorio baglioniano.
  • Quello che sarà di noi: qui siamo più vicini al clima sonoro di "Oltre". Efficacissimo l'uso del flicorno nel restituire un'atmosfera di grande intimità (sembra fare un po' il verso alle sonorità del guitar synth di Pat Metheny), e il giro di basso nell'inciso.
  • Altrove e qui: nel ritornello cita un po' Georg Friedrich Haendel (la Sarabanda della colonna sonora di Barry Lindon di Stanley Kubrick), me n'ero accorto già quando questo tema venne usato per la presentazione delle serate live "Al centro" di Verona nel 2018. Ora il tema si è sviluppato ed è diventato un brano in quello stile epico e corale alla Baglioni per cui ho da sempre un debole ("Le vie dei colori", "Di là dal ponte", etc.).
  • Le versioni acustiche, su tutte quella di "Io non sono lì" che - lo ammetto - all'uscita un mese fa non mi piacque affatto, ma in acustico con pianoforte Rhodes e voce ne esce assolutamente impreziosita.

Eccolo qua, Claudio Baglioni, un quasi settantenne con un passato così gigante a cui è tanto difficile tenere testa, un quasi settantenne che ancora si emoziona da bravo figlio unico a parlare dei suoi genitori, delle sue origini umbre, della sua storia tutto sommato "normale", un quasi settantenne che ama ancora mettersi in gioco, in questo tempo in cui il cantante considerato più rivoluzionario se ne esce con un album di canzoni di Natale, e tutte le classifiche musicali sono dominate da fenomeni non musicali. Grazie di tutto, Claudio.


giovedì 26 novembre 2020

Il fascino mistico di "Il sole nella pioggia" di Alice


Questo è uno di quegli album che mi accompagna praticamente da 30 anni, scoperto per caso, all'età di 14 anni, neanche con l'ascolto, ma leggendo lo spartito della title track trovato su uno di quei raccoltoni della BMG con 120 pagine di canzoni. Fu così sia per "Il sole nella pioggia" che per "Sirtaki" di Mango.
L'ho già detto in più di un post, ma tra la fine degli anni 80 e l'inizio dei 90 la produzione discografica italiana ebbe uno slancio difficilmente eguagliato in seguito. No, neanche negli anni successivi, con l'emergere delle nuove etichette indipendenti e le nuove "scuole" di cantautori. Il fatto è che tra il 1989 e il 1992 furono le cosiddette "major" che alzarono il tiro, puntando a un accrescimento qualitativo che portò a una lunghissima serie di capolavori, di cui "Il sole nella pioggia" di Alice fa parte a pieno titolo.
I brani dell'album portano le firme prestigiosissime di Finardi, Madonia, David Crosby, Peter Hammill dei Van der Graaf Generator (molte le sue collaborazioni con artisti italiani nel corso degli anni). Ma è soprattutto Juri Camisasca, autore di ben 5 tracce, che dà all'album quella affascinante connotazione mistica e "trascendentale".



Dice lo stesso Camisasca:
"Vedere il sole nella pioggia significa essere consapevoli di una certa dualità dell'esistenza, che ogni medaglia ha il diritto ed il rovescio. Quindi il saggio, essendo consapevole di questo, non si abbatte quando le cose non vanno bene e non si esalta invece quando le cose gli vanno bene. Quindi riuscire a vedere il sole nella pioggia significa raggiungere questa condizione di saggezza in cui si sa che ci può essere una sconfitta, ci può essere una vittoria, perchè la vita è fatta così."

Camisasca è un autore fondamentale nello scenario della canzone d'autore italiana. Il suo è stato un percorso veramente alternativo, fuori da qualsiasi schema, forse assimilabile solo a quello di Franco Battiato, con cui poi in effetti si è incontrato in varie fasi. Il meglio di sé l'ha dato però probabilmente con le collaborazioni con due Regine della canzone: Giuni Russo (memorabile "Il carmelo di Echt" ispirato alla mistica carmelitana Edith Stein) e, appunto, Alice.

Di recente un format televisivo ha proposto un'intera puntata dedicata a "Il sole nella pioggia": e speriamo che sia la volta buona per restituire, in questo periodo di clown e conformismi, la dovuta giustizia a una vera pietra miliare della discografia italiana degli ultimi 3 decenni.



venerdì 18 settembre 2020

Harakiri - Di Samuele Bersani

Nella cultura tradizionale giapponese il termine "Harakiri" (o più propriamente il "Seppuku") si riferisce al suicidio rituale, "privilegio" riservato alla sola casta dei Samurai, ad espiazione di una colpa o semplicemente di una situazione di disonore.

E' importante partire dal significato della parola che dà il titolo al nuovo singolo di Samuele Bersani (che anticipa l'album "Cinema Samuele" in uscita il prossimo 2 ottobre 2020), perché quella parola dà un senso all'intero testo: un testo ermetico, ma non privo di un genuino humour, intriso di simbologia che strizza l'occhio anche al linguaggio della psicanalisi. O almeno, questo è ciò che vi ho trovato con la mia lettura che, è sempre bene ammetterlo, non ha alcuna pretesa di oggettività. 

Nell'harakiri c'è l'estremo sacrificio, che nella cultura occidentale ha anche assunto eufemisticamente il significato di evirazione, pertanto di castrazione; contemporaneamente però un autore come Yukio Mishima lo definiva atto di "masturbazione estrema". 

L'accidentato e stralunato percorso del protagonista della canzone muove da un cinemino parigino a luci rosse (in cui dovrebbe essere compiuto l'estremo gesto, se non fosse per la trama e i dialoghi del film che distolgono le sue attenzioni) e attraversa spazi che ben identificano lo status di emarginazione e degrado. Sono i dettagli che arricchiscono la poetica del brano: una baracca che diventa astronave appoggiata su due pietre; l'aragosta nella busta; il fornello tenuto in bilico con un ombrello; le bestemmie di marmo.

Poi la trasformazione, la rinascita, che però arriva dopo una serie di giorni infelici, e si può dedurre che essa sia conseguenza di qualcosa, forse proprio dell'atto che dà il titolo al brano. Cinematograficamente parlando diremmo che questo sia un "plot twist", in cui il protagonista, vestito di bianco (colore di purezza e di rinascita), diviene "lucciola in mezzo a un black-out", e il cielo si apre "a serramanico come se spalancasse un sipario (il serramanico meccanismo di apertura di un coltello da aggressione, notare come funziona bene il contrasto). Siamo pertanto nella sfera della finzione (ce lo fa capire anche il finale del videoclip ideato da Pacifico e girato da Giacomo Triglia), e probabilmente, del sogno, forse un sogno nel sogno.



lunedì 3 agosto 2020

Quale Allegria - Lucio Dalla

Un incontro così tanto desiderato, anche solo per avere un giorno la soddisfazione di allontanarsi e vedersi andare via; i ricordi, gli affetti perduti, i gesti, le frasi consuete e l’ordinarietà dei rapporti in cui ci si fa del male per potersi perdonare; le maschere indossate durante la routine quotidiana, così come quelle indossate sopra un palco, davanti a un pubblico che ti batte le mani. E quell’unica domanda: “Quale allegria”, e anche un punto interrogativo sarebbe troppo conclusivo. No, non c’è conclusione, mai, nessun cerchio che si chiude, nessun vero gran finale, progetto, o grande missione da compiere. E “Andrea, un bastone e cento denti che ci chiede di pagare” è lì a ricordarcelo. Perché tutto sommato l’angoscia dell’essere incompleti e la necessità fanno di noi ciò che siamo, miseramente e semplicemente umani.

Siamo vicini alla poetica esistenzialista, e sappiamo che Lucio Dalla è arrivato da quelle parti passando attraverso la collaborazione con il poeta Roberto Roversi, iniziata nel 1973 con “Il giorno aveva cinque teste” e conclusasi con “Automobili” (capolavoro) del 1976.
“Quale allegria” è datata 1977, ed è inclusa nell’album “Com’è profondo il mare”, il primo in cui Dalla compare come autore sia della parte musicale che dei testi (no, il testo di “4/3/1943” non è di Lucio Dalla). Anche se inizialmente destinata all’interpretazione di Ornella Vanoni, sembra impossibile pensare a “Quale allegria” come brano distaccato dal resto dell’album, perché tutto l’album è un meraviglioso affresco, dove si contrappongono e si compenetrano quasi in un unico racconto la realtà, il sogno, la vita, la cronaca, le ideologie (“E non andar più via”), il sano cazzeggio (“Disperato erotico stomp”), la storia. 


giovedì 23 luglio 2020

Aria - L'esordio Progressive di Alan Sorrenti

Nel 1977, all’uscita dell’album “Figli delle stelle”, il cantautore napoletano Alan Sorrenti era già alla sua terza fase artistica.
Il brano che dà il titolo all’album, fra i primi esempi di “disco-music” italiana, prodotto da un Re Mida della musica come Phil Ramone, segna l’apice della popolarità di Alan Sorrenti, il quale non nasconde che fu scritto sotto pesante effetto di eroina: “quelli furono i tempi migliori” dichiarerà qualche anno dopo.

Eppure ciò che realmente stupisce nella discografia di Alan Sorrenti non sta in quell’album, e neanche nel successivo “LA & NY” (che contiene l’altro tormentone “Tu sei l’unica donna per me”), bensì nel suo LP d'esordio.

“Aria”, datato 1972, rientra pienamente nel genere progressive rock che all’epoca spopolava in tutta Europa, discostandosi però dai canoni (se così si può dire) del progressive italiano degli Area, del Banco, della PFM o delle Orme, e privilegiando elementi come la sperimentazione sonora, la psichedelia, l’uso quanto mai espressivo della timbrica vocale, l’estrema dilatazione ritmica.
La voce, meravigliosa, di Alan Sorrenti costituisce l’elemento portante dell’intero album, che non a caso viene spesso accostato ai lavori più sperimentali di Tim Buckley, di Shawn Phillips, o dei Van Der Graaf Generator di Peter Hammill (curiosità: nel 1973 Sorrenti collaborerà con David Jackson, sassofonista dei Van Der Graaf Generator).

L’album ricevette all’epoca critiche entusiastiche, persino dalla penna “avvelenata” (tanto per citare il brano di Guccini) del noto critico musicale Riccardo Bertoncelli. Alan Sorrenti si guadagnò persino un posto da supporter in un tour dei Pink Floyd.

E’ alquanto singolare: molti cantanti degli anni 70/80, fra cui Alan Sorrenti, ma anche Michele Zarrillo o Ivan Cattaneo, che oggi conosciamo perlopiù per i loro successi commerciali, hanno avuto un inizio di carriera esaltante, navigando tra canzone d’autore e progressive rock, e producendo musica di altissima qualità.


martedì 1 ottobre 2019

Lucio Battisti: la mia playlist ideale

Nel mio "best of" dedicato a Lucio Battisti metterei queste 10 canzoni. Avrei potuto mettere, per gusto personale, molte più cose degli album con Panella, a mio parere veri e propri gioielli che migliorano come migliora nel tempo il vino più buono del mondo. Purtroppo proprio quegli album sono rimasti fuori dalla diffusione nelle piattaforme digitali.
Degli anni con Mogol ho scelto invece gli episodi dove più risalta a mio parere la personalità di Battisti, perché - non me ne vogliano i tradizionalisti - a mio parere Mogol ha dato il massimo proprio dove Lucio Battisti ha tracciato meglio la strada a livello espressivo.

Emozioni (Emozioni): libertà, natura, ricordo, emozione, un poker sentimentale ed evocativo che non ha eguali nella storia della canzone. L’introduzione affidata alla chitarra classica ti prende e ti trasporta direttamente nello stesso scenario vissuto da Mogol e Battisti durante il loro viaggio a cavallo per l’Italia nel 1970.

Vento nel vento (Il mio canto libero): testo semplice e immediato, musica di una potenza lirica ineguagliabile. La parte strumentale è monumentale, tanto da essere stata ripreso a mo' di citazione da De Gregori qualche anno dopo nel finale di “La leva calcistica del ’68”.

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi (Il mio canto libero): Puro virtuosismo cantautorale, giocato sul rapporto tra parola e musica, in stile quasi madrigalistico. Da notare ad esempio come si muove la melodia in “Le discese ardite e le risalite”.

Questo inferno rosa (Il nostro caro angelo): Lasciando da parte l’estremo “Amore non amore”, è con “Il nostro caro angelo” che iniziano le vere sperimentazioni. Di questa canzone adoro l’alternarsi di schemi melodici e ritmici totalmente diversi, che però suonano perfettamente amalgamati e uniti in un unico discorso musicale.

Gli uomini celesti (Anima latina): in quegli anni il Sud America andava di gran moda. Tanti portavano in lingua italiana pezzi famosi di bossa nova, molti ne traevano ispirazione riproducendone però schemi e cliché. Battisti no, lui in Anima Latina prende la corrente del tropicalismo (di Caetano Veloso e Gilberto Gil) e ne fa una cosa totalmente sua. Si sentono sì le influenze ma anche la dirompente originalità.

Prendila così (Una donna per amica): è nell’album più “cinematografico” di Battisti che secondo me Mogol esprime al meglio la sua arte. La storia di Prendila così si segue dalla prima all’ultima nota e dalla prima all’ultima parola, con l’eccezionale, evocativa, notturna, urbana chiusura lasciata al solo del sax.

Con il nastro rosa (Una giornata uggiosa): l’album della separazione da Mogol, e anche quello meno ispirato, appesantito un po’ dagli arrangiamenti di Geoff Westley (efficacissimo invece nel 1981 in “Strada facendo” di Baglioni). Fa eccezione “Con il nastro rosa”, dove in effetti l’arrangiamento è meno elaborato, ma impreziosito dal gigantesco solo di chitarra di Phil Palmer. Qui testo, ritmo e musica riescono a ritrovare quel perfetto equilibrio che latita un po' invece nelle altre tracce.

Le cose che pensano (Don Giovanni): L’apertura ideale per il periodo “bianco”. Prima traccia di “Don Giovanni”, dove in embrione compaiono già tutti gli elementi dei successivi 5 album firmati Battisti-Panella. Cambia il processo di scrittura, si evolve la ricerca musicale, si semina per ciò che la musica italiana dei 40 anni successivi potrà liberamente raccogliere.

Cosa succederà alla ragazza (C.S.A.R.): Estremo, ironico, audace. Qui Battisti raggiunge l’apice sotto tutti i punti di vista. E Panella gli si affianca con grande maestria.

Estetica (Hegel): Se Don Giovanni segna l’inizio del periodo bianco, e C.S.A.R. ne rappresenta l’apice artistico, Hegel è la sintesi e il commiato perfetto, in particolare Estetica, che sembra dare una spiegazione teoretica a tutti i 5 album degli anni 80/90.

venerdì 13 settembre 2019

Che fatica essere uomini - L'Arca di Noè di Sergio Endrigo

La parola "filastrocca" ha un'incerta etimologia. Oggi è comunemente associata a un semplice componimento in versi per bambini. Eppure nella categoria "filastrocche" possiamo trovare una vasta letteratura con cui hanno giocato anche i più grandi poeti: Pavese, Cardarelli, Pascoli, Rodari, e molti altri.
In occasione di una serata a tema su Sergio Endrigo, invece di andare sul sicuro effetto con una "Io che amo solo te" o "Canzone per te", abbiamo fatto un'incursione verso quel repertorio di filastrocche che ha caratterizzato parte della carriera del cantautore spesso definito "triste".
Abbiamo così scelto "L'arca di Noè", canzone portata al successo da Iva Zanicchi nel 1970, vincitrice del premio della critica al Festival di Sanremo.
"Che fatica essere uomini": merita sicuramente attenzione un pezzo con un ritornello apparentemente leggero e spensierato, tipico appunto del genere "filastrocca", le cui strofe però terminano con un'affermazione sostanzialmente disperata.
In effetti, dietro la maschera della filastrocca si nasconde un testo ricercatissimo, che nel suo significato proietta Endrigo in avanti, di 40 anni. Si parla di ambiente, di apprensione per la salute della nostra terra, di solitudine e rottura di quel legame innato tra l'uomo e la natura, o in senso più ampio tra l'uomo e il cosmo.
Mi è tornata alla mente quell'"ecologia umana" protagonista dell'Enciclica "Laudati si'" di Papa Francesco, in cui viene appunto citato il simbolo dell'Arca per indicare la rinascita e la rigenerazione di una nuova umanità, in grado di recuperare quell'armonia perduta.
"Il cane, il gatto, io e te": è l'essenziale calore familiare che popola l'Arca nell'efficace poetica delle piccole cose di Endrigo.
Pubblico la versione dal vivo di "L'Arca di Noè" interpretata dalla giovane cantautrice umbra Valeria Crescenzi, di cui ho già parlato in occasione del suo singolo "Il giorno di festa", e che a mio parere ha varie affinità con la poetica di Sergio Endrigo.