giovedì 23 luglio 2020

Aria - L'esordio Progressive di Alan Sorrenti

Nel 1977, all’uscita dell’album “Figli delle stelle”, il cantautore napoletano Alan Sorrenti era già alla sua terza fase artistica.
Il brano che dà il titolo all’album, fra i primi esempi di “disco-music” italiana, prodotto da un Re Mida della musica come Phil Ramone, segna l’apice della popolarità di Alan Sorrenti, il quale non nasconde che fu scritto sotto pesante effetto di eroina: “quelli furono i tempi migliori” dichiarerà qualche anno dopo.

Eppure ciò che realmente stupisce nella discografia di Alan Sorrenti non sta in quell’album, e neanche nel successivo “LA & NY” (che contiene l’altro tormentone “Tu sei l’unica donna per me”), bensì nel suo LP d'esordio.

“Aria”, datato 1972, rientra pienamente nel genere progressive rock che all’epoca spopolava in tutta Europa, discostandosi però dai canoni (se così si può dire) del progressive italiano degli Area, del Banco, della PFM o delle Orme, e privilegiando elementi come la sperimentazione sonora, la psichedelia, l’uso quanto mai espressivo della timbrica vocale, l’estrema dilatazione ritmica.
La voce, meravigliosa, di Alan Sorrenti costituisce l’elemento portante dell’intero album, che non a caso viene spesso accostato ai lavori più sperimentali di Tim Buckley, di Shawn Phillips, o dei Van Der Graaf Generator di Peter Hammill (curiosità: nel 1973 Sorrenti collaborerà con David Jackson, sassofonista dei Van Der Graaf Generator).

L’album ricevette all’epoca critiche entusiastiche, persino dalla penna “avvelenata” (tanto per citare il brano di Guccini) del noto critico musicale Riccardo Bertoncelli. Alan Sorrenti si guadagnò persino un posto da supporter in un tour dei Pink Floyd.

E’ alquanto singolare: molti cantanti degli anni 70/80, fra cui Alan Sorrenti, ma anche Michele Zarrillo o Ivan Cattaneo, che oggi conosciamo perlopiù per i loro successi commerciali, hanno avuto un inizio di carriera esaltante, navigando tra canzone d’autore e progressive rock, e producendo musica di altissima qualità.


martedì 1 ottobre 2019

Lucio Battisti: la mia playlist ideale

Nel mio "best of" dedicato a Lucio Battisti metterei queste 10 canzoni. Avrei potuto mettere, per gusto personale, molte più cose degli album con Panella, a mio parere veri e propri gioielli che migliorano come migliora nel tempo il vino più buono del mondo. Purtroppo proprio quegli album sono rimasti fuori dalla diffusione nelle piattaforme digitali.
Degli anni con Mogol ho scelto invece gli episodi dove più risalta a mio parere la personalità di Battisti, perché - non me ne vogliano i tradizionalisti - a mio parere Mogol ha dato il massimo proprio dove Lucio Battisti ha tracciato meglio la strada a livello espressivo.

Emozioni (Emozioni): libertà, natura, ricordo, emozione, un poker sentimentale ed evocativo che non ha eguali nella storia della canzone. L’introduzione affidata alla chitarra classica ti prende e ti trasporta direttamente nello stesso scenario vissuto da Mogol e Battisti durante il loro viaggio a cavallo per l’Italia nel 1970.

Vento nel vento (Il mio canto libero): testo semplice e immediato, musica di una potenza lirica ineguagliabile. La parte strumentale è monumentale, tanto da essere stata ripreso a mo' di citazione da De Gregori qualche anno dopo nel finale di “La leva calcistica del ’68”.

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi (Il mio canto libero): Puro virtuosismo cantautorale, giocato sul rapporto tra parola e musica, in stile quasi madrigalistico. Da notare ad esempio come si muove la melodia in “Le discese ardite e le risalite”.

Questo inferno rosa (Il nostro caro angelo): Lasciando da parte l’estremo “Amore non amore”, è con “Il nostro caro angelo” che iniziano le vere sperimentazioni. Di questa canzone adoro l’alternarsi di schemi melodici e ritmici totalmente diversi, che però suonano perfettamente amalgamati e uniti in un unico discorso musicale.

Gli uomini celesti (Anima latina): in quegli anni il Sud America andava di gran moda. Tanti portavano in lingua italiana pezzi famosi di bossa nova, molti ne traevano ispirazione riproducendone però schemi e cliché. Battisti no, lui in Anima Latina prende la corrente del tropicalismo (di Caetano Veloso e Gilberto Gil) e ne fa una cosa totalmente sua. Si sentono sì le influenze ma anche la dirompente originalità.

Prendila così (Una donna per amica): è nell’album più “cinematografico” di Battisti che secondo me Mogol esprime al meglio la sua arte. La storia di Prendila così si segue dalla prima all’ultima nota e dalla prima all’ultima parola, con l’eccezionale, evocativa, notturna, urbana chiusura lasciata al solo del sax.

Con il nastro rosa (Una giornata uggiosa): l’album della separazione da Mogol, e anche quello meno ispirato, appesantito un po’ dagli arrangiamenti di Geoff Westley (efficacissimo invece nel 1981 in “Strada facendo” di Baglioni). Fa eccezione “Con il nastro rosa”, dove in effetti l’arrangiamento è meno elaborato, ma impreziosito dal gigantesco solo di chitarra di Phil Palmer. Qui testo, ritmo e musica riescono a ritrovare quel perfetto equilibrio che latita un po' invece nelle altre tracce.

Le cose che pensano (Don Giovanni): L’apertura ideale per il periodo “bianco”. Prima traccia di “Don Giovanni”, dove in embrione compaiono già tutti gli elementi dei successivi 5 album firmati Battisti-Panella. Cambia il processo di scrittura, si evolve la ricerca musicale, si semina per ciò che la musica italiana dei 40 anni successivi potrà liberamente raccogliere.

Cosa succederà alla ragazza (C.S.A.R.): Estremo, ironico, audace. Qui Battisti raggiunge l’apice sotto tutti i punti di vista. E Panella gli si affianca con grande maestria.

Estetica (Hegel): Se Don Giovanni segna l’inizio del periodo bianco, e C.S.A.R. ne rappresenta l’apice artistico, Hegel è la sintesi e il commiato perfetto, in particolare Estetica, che sembra dare una spiegazione teoretica a tutti i 5 album degli anni 80/90.

venerdì 13 settembre 2019

Che fatica essere uomini - L'Arca di Noè di Sergio Endrigo

La parola "filastrocca" ha un'incerta etimologia. Oggi è comunemente associata a un semplice componimento in versi per bambini. Eppure nella categoria "filastrocche" possiamo trovare una vasta letteratura con cui hanno giocato anche i più grandi poeti: Pavese, Cardarelli, Pascoli, Rodari, e molti altri.
In occasione di una serata a tema su Sergio Endrigo, invece di andare sul sicuro effetto con una "Io che amo solo te" o "Canzone per te", abbiamo fatto un'incursione verso quel repertorio di filastrocche che ha caratterizzato parte della carriera del cantautore spesso definito "triste".
Abbiamo così scelto "L'arca di Noè", canzone portata al successo da Iva Zanicchi nel 1970, vincitrice del premio della critica al Festival di Sanremo.
"Che fatica essere uomini": merita sicuramente attenzione un pezzo con un ritornello apparentemente leggero e spensierato, tipico appunto del genere "filastrocca", le cui strofe però terminano con un'affermazione sostanzialmente disperata.
In effetti, dietro la maschera della filastrocca si nasconde un testo ricercatissimo, che nel suo significato proietta Endrigo in avanti, di 40 anni. Si parla di ambiente, di apprensione per la salute della nostra terra, di solitudine e rottura di quel legame innato tra l'uomo e la natura, o in senso più ampio tra l'uomo e il cosmo.
Mi è tornata alla mente quell'"ecologia umana" protagonista dell'Enciclica "Laudati si'" di Papa Francesco, in cui viene appunto citato il simbolo dell'Arca per indicare la rinascita e la rigenerazione di una nuova umanità, in grado di recuperare quell'armonia perduta.
"Il cane, il gatto, io e te": è l'essenziale calore familiare che popola l'Arca nell'efficace poetica delle piccole cose di Endrigo.
Pubblico la versione dal vivo di "L'Arca di Noè" interpretata dalla giovane cantautrice umbra Valeria Crescenzi, di cui ho già parlato in occasione del suo singolo "Il giorno di festa", e che a mio parere ha varie affinità con la poetica di Sergio Endrigo.


martedì 7 agosto 2018

"La Cantina" di Antonello Venditti e il progetto Theorius Campus

"Theorius Campus" è uno di quegli album che finisce quasi di norma in tutte le mie "top 10", spontanee espressioni della mia mania di catalogazione seriale.
Il fatto è che la potenza di quel progetto del 1972, nato in modo quasi del tutto casuale secondo il racconto dei due protagonisti Francesco De Gregori e Antonello Venditti, ha provocato un'onda d'urto che non si è ancora pienamente esaurita. 

In "Theorius Campus" i due autori si distaccano dalle pesanti influenze ideologiche e musicali del periodo, in cui erano comunque cresciuti anche con l'esperienza del Folkstudio (l'invettiva di "Sora Rosa" per esempio è un lascito di quel periodo), per dare vita a qualcosa di completamente nuovo, supportati dall'etichetta "Apollo" di Edoardo Vianello e Franco Califano, e abbondo di grassetti perché dovremmo sempre tenere a mente l'importanza di questi due nomi nella storia della musica italiana, a prescindere dai Watussi.

Per avere un'idea della modernità e universalità di questo album è sufficiente ascoltare un brano come "La cantina", scritta, suonata e cantata da Antonello Venditti, per farsi trascinare nell'intimità di questo racconto di passione e desiderio che culmina nel falsetto del ritornello "Sono qui vicino a te, sono qui e non ti lascio".


lunedì 4 giugno 2018

Il giorno di festa di Valeria Crescenzi

Questo è il terzo post di seguito dedicato al mondo del nuovo cantautorato al femminile, sempre più attivo, sempre più interessante, sempre più innovativo.
Oggi è la volta di Valeria Crescenzi, cantautrice di Terni, classe 1985, un curriculum di tutto rispetto, che passa per Castrocaro, il Premio Bianca d'Aponte e X-Factor.
Anche lei, come già si è detto di Chiara Dello Iacovo e di Erica Mou, ha scelto il percorso indipendente, facendosi affiancare nella produzione dei suoi brani dall'esperienza di un grande musicista come Francesco Valente e da un altro giovane e talentuoso cantautore, Antonello Armieri.

Il nuovo singolo introduce quello che sarà il suo primo album, di prossima uscita.
"Il giorno di festa" ha una tessitura armonica molto semplice e un arrangiamento costruito su suoni perlopiù acustici. Questa semplicità conferisce il giusto peso alla linea vocale, dinamica e coloratissima, e Valeria mostra in ciò tutte le sue qualità a livello interpretativo.
Il ritornello è un travolgente invito, un "Balla con me" gridato con la gioia tipica dei giorni di festa.

La primordiale e viscerale necessità del contatto umano. 

L'intero testo gira intorno alla semplicità dei gesti che uniscono: mani che si incrociano, sguardi che si incontrano, sorrisi che si scambiano, gesti così semplici e naturali per un bambino o per un anziano, e diventati così complessi per tutti gli altri, in una società sempre più votata al distacco e alla distanza.
Il giorno di festa viene così collocato antropologicamente come momento di rottura, di sovvertimento, la danza è ancora un'occasione rituale, per noi che ci ritroviamo a camminare sempre più soli nei tortuosi percorsi della vita.



venerdì 20 aprile 2018

Il ritorno di Chiara Dello Iacovo con "Abitudine"

E' tornata Chiara Dello Iacovo, con un nuovo singolo e una nuova etichetta, la MeatBeat.
Torna a oltre due anni di distanza dal suo album d'esordio, "Appena sveglia", un album che abbiamo amato, e che ci ha fatto scoprire un vero talento della canzone italiana (ne parlai tempo fa in questo blog, a proposito della canzone "Genova (le persiane sono verdi)").
Nel frattempo Chiara ha cantato e suonato tanto live (il pianoforte, la chitarra, e ultimamente l'abbiamo vista sempre più spesso sfraseggiare con un enorme basso Fender), e si è fatta conoscere presso il pubblico esigente dei piccoli club. E' proprio da qui che bisogna partire per comprendere il suond e lo stile di questo nuovo singolo "Abitudine".
Sì, "Appena sveglia" mi era piaciuto tantissimo, ma l'ho apprezzato completamente solo quando ho avuto modo di sentirlo suonato live in trio (pianoforte, chitarra e batteria), nel tour "Uscita d'emergenza". Nella versione in studio si percepiva una presenza "estranea" che rendeva il tutto troppo plastico, un oggetto prezioso (la musica e i testi di Chiara) confezionato in una scatola di scarpe (gli arrangiamenti e il master).
Si è capito poi che proprio per non restare soffocata Chiara ha fatto scelte difficili e apparentemente affatto convenienti, tipo uscire da una major per affidarsi a una produzione completamente indipendente.

Il singolo "Abitudine" è il primo grande risultato di questo processo. Un brano semplice nella struttura ma curatissimo sotto tutti gli aspetti. Niente effetti speciali, nessun ammiccamento alle tendenze mainstream, un testo gigante pieno di parole perfettamente combinate, tanti riferimenti musicali, e una riconoscibilità artistica che fa quasi impressione a pensare che stiamo parlando di una cantautrice di 23 anni.

Per qualche ragione ascoltando la canzone ho ripensato a quella pazzia di "Lost in trasloco" (per quei geniacci di Kahbum con Marco Guazzone), nella cui costruzione filmata in diretta paradossalmente già venivano fuori certe scelte presenti anche in "Abitudine", soprattutto a livello melodico. E per questo motivo, come qualche mese fa per giorni ho canticchiato "Pretendo un degno funerale per gli spettri che ho lasciato in questa casa da abitare...", da qualche ora ho fisso in mente "Lascia che le cose si risolvano da sé, le previsioni logiche non fanno che confondere". E come si fa a darle torto...




lunedì 16 aprile 2018

Roma era vuota - Erica Mou

Roma era vuota. Succede raramente, ma se si ha la fortuna di vivere Roma in uno di quei momenti in cui si libera del quotidiano caos si viene automaticamente proiettati in una sorta di altra dimensione, in cui è assai più facile respirare quel senso di eternità con cui spesso viene appellata.
Erica Mou, cantautrice pugliese, giovane (28 anni) ma già con una solida carriera alle spalle, dedica a Roma una ballata raffinata e sincera, costruita proprio sull'immagine onirica di una Roma vuota, nuda, muta, perfettamente accostata alle malinconiche sensazioni di un epilogo di una storia.
Si affida a un arrangiamento essenziale, costruito intorno alla sua chitarra acustica (Erica suona molto bene, e vale la pena ascoltare anche le versioni live del brano) e su un contrasto melodico tra il grave delle strofe e lo slancio su un registro più alto che caratterizza le parti più liriche, in quel ricorrente "ci troveremo ancora" e nell'unico climax verso la fine, introdotti da un bellissimo ed efficace vocalizzo su tre note: un'intuizione che dimostra, se ce ne fosse bisogno, la padronanza con cui Erica Mou si muove nella forma canzone.
La nevicata a Roma del 26 febbraio 2018 permette a Erica di girare il video della canzone, ed è un vero colpo di fortuna, perché come già ci aveva detto Franco Califano (con la voce di Mia Martini) a Roma quando c'è la neve "c'è posto anche per le favole".
"Roma era vuota" fa parte dell'album "Bandiera sulla luna", uscito il 1 dicembre del 2017.